Il criminologo: «Erika è rimasta un guscio vuoto»

Il perito della difesa: a 5 anni dal duplice omicidio, non è cambiata. Quando uscirà non sarà ancora guarita

Andrea Acquarone

Il 21 febbraio, poco prima dell’ora di cena, saranno cinque anni. Tanto è trascorso dalla mattanza, da quella fredda sera d’inverno in cui Novi Ligure, cittadella piemontese al confine tra Lombardia e Liguria, si ritrovò al «centro d’Italia». Finendo col trasformarsi per mesi nella città «dei mostri» e imprimendo nella triste memoria delle cronache uno dei delitti più feroci che abbiano mai scosso il Paese. Tragica alchimia dell’orrore ma anche dell’imponderabile, dell’imperscrutabile.
Erika De Nardo e Omar Favaro, due adolescenti, due ragazzini di buona famiglia materializzatisi all’improvviso in killer spietati e sanguinari. Decine e decine furono le coltellate inferte dai due fidanzatini inbottitti di alcol e droga alla mamma e al fratellino di lei. Volevano ammazzare pure il padre, ma qualcosa li convinse a rinunciare. Lui, nonostante tutto e tutti, da subito perdonò quella sua figlia assassina. È sempre andato a trovarla in carcere, le ha scritto, l’ha difesa e protetta. Dicendosi sempre disposto - fin dall’apertura del complesso iter di pratiche legali avviate per portarla fuori di prigione - a riaccoglierla in casa. In quel villino dove sembrava che la vita scorresse placida e felice e che non ebbe il coraggio di abbandonare nemmeno dopo il massacro. Lo fece pulire e ci tornò ad abitare.
Sembra ieri. E invece cinque anni dopo, Massimo Picozzi, il criminologo capo del collegio che svolse la perizia psicologica per conto della difesa di Erika, proprio quando ormai il silenzio sembrava «favorevolente» calato, riaccende i riflettori. All’epoca sosteneva che la giovane (condannata poi a 16 anni) fosse malata, non in grado di intendere e di volere. Ma non convinse i giudici: niente infermità mentale per la sedicenne.
Adesso con argomenti che bruciano quanto coltellate, Picozzi, torna a parlarne. Per dire che la situzione è peggiorata. «Erika De Nardo - sostiene il criminologo - è ancora la stessa persona di quando ha ucciso. Era stato riconosciuto un disturbo grave della personalità, per il quale erano previste cure assidue da parte di specialisti del Beccaria di Milano. Ma in cella non tutto è andato come doveva andare e oggi che ha 22 anni Erika è un guscio vuoto. Quando uscirà dal carcere non sarà cambiato niente». «Sulla vicenda - accusa Picozzi - sono state fatte troppe banalizzazioni e non si è mai detto il motivo per il quale Susy Cassini e Gianluca De Nardo vennero ammazzati. Il piano della coppia era preciso: il fratellino di Erika non doveva essere presente, perché doveva andare fuori in casa di amici; i due ragazzi avrebbero dovuto uccidere madre e padre di Erika, adottare poi il fratellino Gianluca e vivere insieme alla nonna della ragazza fino a sposarsi. Le cose però non andarono così». Non si ferma qui la ricostruzione di Picozzi. «Si è anche detto che Erika fosse una specie di virago e Omar suo succube. In realtà pochi sanno che prima dell'estate del 2000 era stato Omar a lasciarla perché voleva divertirsi nel periodo estivo; i due poi si sono rimessi insieme in ottobre. Il ragazzo non piaceva tanto ai genitori di lei, ma non c'erano segnali di particolare preoccupazione: Erika non rientrava mai in ritardo, non usciva mai di sera. I due stavano perlopiù chiusi nella stanza di Omar, dove, all'insaputa di tutti, sperimentavano l'uso di droghe oltre a una sessualità violenta».
Infine un’analisi su un’altra vittima, forse la più dimenticata: il padre di Erika, quell’ingegnere pacioso e inconsapevole, tutto casa e ufficio. «Lui - sentenzia Picozzi - è riuscito a sopravvivere al dramma perché è un grande credente e perché è convinto che chi ha ucciso sia stata la malattia della figlia, non la figlia».