Crisi americana: all’auto Usa resta solo la 'scossa' elettrica

È l’ecologia l’ultima chance di Gm, Ford e Chrysler. Wagoner porta la
claque di operai al salone di Detroit: "Amiamo il nostro presidente.
Con lo stipendio ho mandato i figli al college". Ma all’esterno sale la
protesta

Detroit - In questo momento l’obiettivo di Gm e Chrysler, che hanno già ricevuto dallo Stato una consistente tranche del maxiprestito di 17,4 miliardi di dollari, ma anche di Ford, che ha coraggiosamente rifiutato, per ora, aiuti da Washington, è dimostrare alle autorità e all’opinione pubblica che la svolta è possibile, soprattutto in chiave ecologica.

E proprio l’Auto Show di Detroit, aperto al pubblico dal 17 al 25 gennaio, vuole segnare un profondo solco tra passato e futuro, tra motori tradizionali e alternativi, puntando tutto sull’ibrido e l’elettrico. Già ieri le Big Three hanno cercato di lanciare alla Casa Bianca messaggi rassicuranti, presentando una nutrita serie di modelli «verdi» che, nei loro piani, dovrebbero accelerare l’uscita dalla crisi e ricambiare, nei fatti, il sostegno ricevuto.

In un salone sotto tono, dove i numerosi spazi vuoti sono stati abilmente nascosti da pannelli e tendaggi scuri, l’unico «show» andato in scena ieri mattina ha avuto come protagonisti circa 600 tra operai, impiegati e pensionati di General Motors. Nessuna protesta a difesa del posto di lavoro, ma una vera claque che ha scandito con urla benevole e applausi i passaggi più a effetto del discorso del presidente Rick Wagoner. «La data odierna rappresenta un nuovo inizio per Gm - ha affermato il numero uno del gruppo -: il nostro obiettivo è assumere un ruolo guida nello sviluppo di carburanti alternativi». E giù applausi mentre, uno dopo l’altro, tra due ali di dipendenti festosi, sfilavano le vetture alimentate a batteria che dovrebbero condurre l’azienda fuori dalle secche. «Il finanziamento ricevuto - ha aggiunto Wagoner - ci copre a sufficienza per il periodo richiesto, ovvero il primo trimestre, poi faremo il punto della situazione e vedremo le esigenze». «Gm - dice Michael, 49 anni, nero, operaio addetto ai cambi, impegnato a innalzare un cartello con scritto We’re electric - mi ha sempre garantito un salario con il quale ho potuto mandare i miei figli al college. Credo, insieme agli altri colleghi, nel futuro di Gm». Robyn, 40 anni, impiegata nel quartier generale di Detroit, non ha dubbi: «Sono convinta che ce la faremo». «Cosa penso di Rick Wagoner? Io lo amo proprio, noi gli vogliamo tutti bene», interviene Reese, 44 anni, un’altra operaia di colore, che ci sventola in faccia un cartello che avverte: Here to stay, Game changer.

Ma fuori dal Cobo Center, sorvegliati dalla polizia, una quarantina di metalmeccanici appartenenti al sindacato Uaw, esprimono con slogan e cartelli tutta la loro preoccupazione. Se la prendono con «i banchieri e i ricchi top manager» e invitano «i lavoratori e i poveri a riprendere la lotta», ammonendo i consumatori «a non comprare straniero» perché «è a causa di questo che abbiamo perso il nostro posto». Intanto, poco distante, all’interno dell’arena dedicata al pugile Joe Louis, anche Bill Ford e l’amministratore delegato Alan Mullaly, parlano davanti a dipendenti e fornitori, ma senza l’enfasi dei rivali di Gm. «La Ford - spiega il presidente Ford jr. - sta guidando il Paese, come vogliono i nostri clienti, verso una dimensione verde, tecnologica e di futuro globale».

Anche la casa di Dearborn, in proposito, sta lavorando su quattro veicoli a batteria ad alto chilometraggio da introdurre nei prossimi anni. E poi c'è la «piccola» Chrysler che si attende di avere 500mila veicoli elettrici in strada entro il 2013. Scatto d’orgoglio del numero uno Bob Nardelli: «Abbiamo sufficiente liquidità di cassa e solidità progettuale per restare indipendenti».