Crisi auto, contagiata Toyota: il bilancio in profondo rosso

Per la prima volta dal 1938 si stima una perdita operativa: 1,2 miliardi di euro. Per il numero uno Watanabe "è una situazione d'emergenza senza precedenti". Pesanti ripercussioni sui titoli dell'auto. Si ammalano anche i Paesi emergenti

Toyota, ritenuta fino a poco tempo fa invincibile su tutti i fronti (memorabile la sua scalata ai vertici delle vendite negli Stati Uniti a danno delle ex Big Three, prima che esplodesse la crisi), ieri ha pronosticato la prima perdita operativa a livello di esercizio da 71 anni. La stima negativa, per altro attesa dagli analisti, è di un rosso di 150 miliardi di yen, pari a circa 1,2 miliardi di euro, mentre una precedente previsione ipotizzava un utile pari a 600 miliardi di yen.

L’ultima volta che Toyota aveva registrato una perdita operativa era stata nell’esercizio chiuso a marzo del 1938. A penalizzare il colosso di Nagoya è stato il cattivo andamento della domanda di auto, per effetto della recessione e del rafforzamento dello yen. Negli Usa, il mercato tradizionalmente più redditizio, le immatricolazioni sono scese lo scorso mese del 34% (il calo in Europa è stato invece del 34%). A questo punto, come rileva Bloomberg, «l’agenzia Moody’s potrebbe essere indotta a prefigurare un possibile declassamento del debito della società». Nelle scorse settimane Toyota si è vista costretta a tagliare i posti di lavoro a contratto, la produzione e i compensi ai manager, inclusi i bonus ai membri del cda.

«Il contesto che ci circonda - ha detto ieri il numero uno Katsuaki Watanabe - è sempre più difficile. Si tratta di una situazione d’emergenza senza precedenti». E senza precedenti è anche il fatto che Watanabe non abbia fatto stime per le vendite nel 2009: «I mercati cambiano ogni settimana, quasi ogni giorno. Sfortunatamente non possiamo fare ipotesi in questo momento».
Le stime negative di Toyota hanno affossato i titoli automobilistici: a New York, Gm ha perso il 15%, mentre in Europa le azioni più penalizzate sono state Volkswagen (-5,9%), Peugeot (-3,9%), Daimler (-3,8%) e Fiat (-3,2%).

Crisi dell’auto sempre più nera, dunque, aggravata dal fatto che in questo momento non si intravede una via d’uscita. Presidenti e amministratori delegati di tutti i gruppi del settore approfitteranno della pausa natalizia per fare il punto della situazione e rivedere i piani. A sconvolgere i loro programmi, infatti, sono anche i segnali negativi in arrivo dai Paesi del Bric (Brasile, Russia, India e Cina). Nel mesi scorsi, ai primi sintomi della malattia che sta ora contagiando pesantemente anche i mercati emergenti, le case contavano molto su questi Paesi per compensare le perdite previste. Visti gli ultimi risultati (a novembre tutti i mercati del Bric hanno registrato un segno negativo a due cifre) e le stime per nulla positive, i costruttori devono ora studiare come controbilanciare il progressivo calo delle vendite in questi territori. Solo pochi mesi fa, uno studio realizzato da Polk Marketing Systems aveva indicato in 20 milioni di unità le immatricolazioni nel Bric entro il 2015, grazie soprattutto al diffondersi delle vetture low cost.

Preoccupa, in particolare, la forte riduzione delle vendite in Brasile (-26,4%) a novembre, dove il clima si è deteriorato nell’ultimo periodo. Le difficoltà di accesso al credito e il calo della fiducia dei consumatori, secondo l’associazione dei concessionari, porterà nel 2009 a una diminuzione delle vendite di auto e camion del 19%. Il Brasile è cruciale per i conti della leader del mercato Fiat (buona parte dei profitti arrivano dall’America latina), e lo stesso vale per Volkswagen, Gm e Ford. Segnali allarmanti, dopo mesi positivi, provengono anche dalla Russia (-15% a novembre le vendite per le case estere, il peggior dato da quattro anni) dove il governo ha appena varato aiuti per 1,75 miliardi di euro insieme a misure che favoriscono l’acquisto di auto locali. Paga dazio anche l’India (-19,4%), al quarto bilancio negativo di seguito (Tata ha deciso di iniettare fondi freschi per le controllate inglesi Land Rover e Jaguar). E poi c’è la grande Cina, secondo mercato mondiale dopo gli Usa, che fa i conti con il terzo stop consecutivo (-10,3% a novembre). Anche a Pechino nessuno azzarda un oroscopo del 2009. Il governo sta valutando la riduzione delle imposte e il divieto della circolazione per le auto più vecchie.