CON LA CRISI BASTA SPRECHI

Fino ad oggi il governo italiano ha messo in campo risorse piuttosto limitate nel piatto della crisi. Ha iniziato per tempo, a luglio del 2008. Ha recuperato 8 miliardi per gli ammortizzatori sociali. E con il Cipe ha impostato piani infrastrutturali da miliardi. Ha messo a disposizione del settore auto (e su questa scelta si potrebbe discutere molto) un pacchetto di incentivi, che con tutta probabilità, grazie all’alta tassazione sul settore, di fatto si autofinanzieranno. Non ha fatto, quantitativamente molto, per due ordini di ragioni. La prima riguarda il vincolo del nostro bilancio pubblico, più che sufficientemente saccheggiato nei decenni scorsi. E la seconda attiene alla nostra condizione economica, meno grave che altrove. Basti pensare che da queste parti il tesoro, per il momento, non prevede di impiegare un euro dei contribuenti a difesa del sistema bancario.
La questione fondamentale del nostro bilancio pubblico non riguarda la sua dimensione, quanto la qualità della sua spesa. In Italia ogni anno vengono intermediati da Palazzo Chigi e dintorni (anche molto lontani, come nel caso degli enti locali) 750 miliardi di euro: il 50 per cento della ricchezza che gli italiani si affannano ogni dodici mesi a produrre. In una situazione di crisi, tipicamente, le entrate diminuiscono per effetto del minore giro d’affari; e le uscite si gonfiano per le maggiori esigenze di tutela sociale. Questo meccanismo da noi genera dei paradossi. Le entrate in effetti calano, ma sul fronte delle uscite non si riesce a tenere il passo. Ecco perché le richieste di protezioni, aiuti e incentivi che da più parti arrivano al Governo sono fuori luogo. Esse non fanno i conti con la radice del problema: in Italia si spende da anni troppo e quando davvero serve un po’ di spesa pubblica, le risorse mancano. In una fase come questa l’unica richiesta ragionevole che si possa fare ad un governo in carica è quella di tagliare la spesa pubblica e con il ricavato varare programmi temporanei di protezione per i più deboli.
Anticipiamo in esclusiva, nelle nostre pagine, il piano dell’Inps per ridurre il numero dei falsi invalidi. Nei giorni scorsi abbiamo riportato l’ottima decisione del Quirinale di tagliare le proprie spese. Iniziative ancora isolate, che hanno come comune denominatore il taglio delle uscite pubbliche. Ma non bastano. Il governo ha avuto fino ad oggi la forza di resistere alle sirene dello scialo impreziosito dall’emergenza della crisi, ma non deve perdere l’occasione per lasciarci una struttura dei conti migliore. Deve iniziare, anche per dare un segnale di rigore e sobrietà, dai palazzi più vicini: tagliare le spese della politica, azzerare le province, cancellare le comunità montane. Oggi ha la possibilità di spiegare agli italiani che i risparmi sono necessari per finanziare la tenuta sociale del Paese se la crisi dovesse aggravarsi e colpire duramente anche da noi. Deve procedere con la madre di tutte le riforme di spesa: cancellare la sciagurata scelta del precedente governo di abbassare l’età pensionabile che ci è costata dieci miliardi di euro. Le giovani generazioni sono talmente disilluse che non mettono più in conto di poter mai godere della pensione. Pagano contributi da usura (si pensi alle aliquote dei più deboli, i parasubordinati) e sostengono un’impalcatura di spesa folle, con scarsa, scarsissima speranza di poterne mai godere.
Si dice, e pochi lo credono più di noi, che questa sia anche una grande crisi di fiducia. Siamo passati dall’ottimismo della finanza alla più cupa disperazione. Il governo, resistendo alle pressioni della spesa allegra, ha fatto metà del suo compito. Gli resta l’altra parte. Forse la più difficile: conquistare la fiducia di una generazione che ritroverebbe nel coraggio di un governo il coraggio di lavorare e credere nel proprio futuro.