La crisi della coppia e la deriva dei sentimenti

Un Valerio Binasco ottimo interprete e acuto regista per «E la notte canta», nuovo lavoro del norvegese Jon Fosse

Jon Fosse rivela la sua matrice nordica già nell’aspetto: alto, possente, fisionomia scandinava, occhi chiarissimi. Ricordiamo di averlo conosciuto a Caprarola nell’agosto del 2001 in occasione dell’allestimento che il festival Quartieri dell’Arte propose lì del suo enigmatico Qualcuno arriverà. Non più di una trentina/quarantina di spettatori a sera ebbe il privilegio di assistere, nella piccola sala delle Scuderie di Palazzo Farnese, a una delle prime messinscene italiane dell’autore norvegese, ormai considerato l’erede del conterraneo Ibsen e salutato ovunque come un talento della drammaturgia contemporanea. Fatto è che proprio a partire dal 2001 nel nostro Paese sono fiorite importanti iniziative legate al «fenomeno» Fosse. Nel 2003, per esempio, ha debuttato ad Asti la felice lettura di Inverno messa a segno da Valter Malosti e Michela Cescon. Tre anni dopo Editoria & Spettacolo ha pubblicato un sostanzioso corpus di sue opere nella collana «Scritture» curata da Rodolfo di Giammarco. L’anno scorso Valerio Binasco ha predisposto un’apprezzata mise en espace sempre di Qualcuno arriverà, mentre ora lo stesso Binasco è impegnato, come regista e interprete, nella ultime repliche de E la notte canta (’98) programmate a India. Spettacolo di disarmante modernità dove si raccontano un vuoto, un tempo costretto eppure dilatato, un addio forse annunciato ma fatale. Il tutto attraverso la non facile sfida di un linguaggio che nega la sua stessa evidenza; che procede per pause, ripetizioni, cantilene, inciampi e che, così facendo, (de)costruisce via via il mondo interiore dei due protagonisti: un giovane uomo (Binasco, egregio) e una giovane donna (Frédérique Loliée, brava pur se non sempre «intonata») imbavagliati in un rapporto asfissiante in cui nulla sembra poter cambiare.
Le ore in cui si svolge la vicenda - con i suoi risvolti ora grotteschi (la visita dei genitori di lui), ora emotivi (la fuga notturna di lei), ora semplicemente acustici (il pianto del bambino dei due, la musica lenta e salmodiante), ora tragici (il suicidio dell’epilogo) - sembrano comporre un tempo «altro», faticoso e persino sfibrante, nel quale sperimentare (e far sperimentare al pubblico) quella deriva dei sentimenti, dei valori, del linguaggio, delle relazioni umane che rappresenta il problema più grave della nostra società. Da vedere.
In scena fino all’8 giugno.