Crisi del credito, la Bce scende in campo

Sos di 50 banche: Francoforte mette subito a disposizione 94 miliardi di euro. È il maggior intervento dopo l’11 settembre. Troppo alti i tassi d’interesse richiesti dal mercato agli istituti: scatta la rete di sicurezza. Per la Federal Reserve manovra da 24 miliardi di dollari. Trichet avverte: «Europa a rischio dopo il crollo dei mutui Usa»

Milano - L’intervento è scattato improvviso, rapido e massiccio: 94,8 miliardi di euro messi a disposizione dalla Bce in risposta all’sos lanciato da una cinquantina di istituti di credito, incapaci ieri di reperire liquidità (cioè soldi) a tassi convenienti. Troppo alti gli interessi richiesti: circa il 4,7% contro il 4% che rappresenta il livello attuale del costo del denaro. Motivo? Le preoccupazioni legate al settore del credito, innescate dalla crisi negli Stati Uniti dei mutui ad alto rischio di insolvenza, i cosiddetti subprime, stanno provocando un rialzo dei tassi che incorpora un maggior grado di rischio.

La cifra monstre erogata da Francoforte è inferiore solo a quella uscita dalle sue casse subito dopo gli attentati dell’11 settembre, quando in due riprese l’Eurotower aprì un «paracadute» da 109 miliardi di euro. Così come allora, la banca guidata da Jean-Claude Trichet non si è mossa da sola, ma è stata affiancata dalla Federal Reserve con un’iniezione di liquidità da 24 miliardi di dollari. L’azione di concerto non è però stata confermata, anche se la Banca del Canada ha ammesso contatti in corso tra gli istituti centrali così come si conviene quando vanno affrontate situazioni delicate. L’ingresso in campo della Fed, per quanto di entità ridotta rispetto alla mossa della Bce, ha tuttavia convinto gli investitori a scommettere con più convinzione su un taglio dei tassi in settembre, ipotesi scarsamente condivisa solo fino a pochi giorni fa.

È però fuor di dubbio che il focus di analisti e investitori sia concentrato da ieri sull’intervento dell’Eurotower, che ha finito per allungare nuove ombre sulla possibilità di ripercussioni nel Vecchio continente derivanti dal crollo dei mutui americani. Proprio ieri, del resto, Bnp Paribas ha alzato bandiera bianca: tre fondi che investivano nel mercato Usa dei subprime, con attività per due miliardi di euro (700 milioni di esposizione nel settore “incriminato“), sono stati sospesi. Un caso isolato? Non si direbbe, viste le cattive notizie provenienti dalla Germania, dove nei giorni scorsi Union Investment Management Gmbh e Frankfurt Trust hanno deciso di congelare i rimborsi e la Bundesbank, la banca centrale tedesca, ha convocato una riunione per organizzare un piano di salvataggio da 3,5 miliardi di euro per Ikb, la prima vittima in Europa dei subprime.

Che l’inflazione non costituisca più la sola ossessione di Trichet, lo si capisce dal Bollettino mensile di agosto diffuso ieri, in cui non viene fatto mistero dei pericoli di una crisi sistemica. «Il mercato mondiale dei prestiti a elevata leva finanziaria - si legge nel Bollettino - , ivi compreso un ampio segmento europeo, mostra alcune analogie con il mercato statunitense dei mutui ipotecari di qualità non primaria che potrebbero dar adito a timori per la stabilità finanziaria nel caso di una svolta avversa nel ciclo del credito». In altre parole, a preoccupare Francoforte sono in particolare le operazioni di leveraged buyout, ovvero le acquisizioni di aziende effettuate attraverso l’indebitamento.

Un fenomeno in rapida espansione, se solo si pensa che nel 2006 le transazioni hanno superato i 650 miliardi di dollari, cifra doppia rispetto all’anno precedente, e che oltre l’80% dei capitali raccolti dai fondi, diventati negli ultimi anni l’attore principale nello shopping societario, è stato impiegato per questo genere di transazioni. Nella sola Europa, sempre a dati 2006, il volume degli affari nel settore è stato pari a 225 milioni di dollari, la stessa cifra degli Stati Uniti.

I motivi che rendono inquieta la Bce sono evidenti: la forte concorrenza scatenatasi tra le banche nel tentativo di “catturare“ sempre più clienti impegnati nel comparto delle acquisizioni, potrebbe aver provocato un allentamento dei controlli nella concessione dei prestiti, così come è accaduto negli Usa proprio con i mutui erogati a fronte di scarse garanzie. In caso di tassi di mercato più elevati, spiega infatti l’istituto, chi ha ottenuto questi prestiti con l’aspettativa di un incremento dei prezzi rispetto a quanto pagato per l’acquisto, potrebbe essere messo in difficoltà. Fino al punto da rischiare l’insolvenza. Con inevitabili conseguenze per chi ha prestato il denaro.