La crisi del debito

Verrebbe da dire, parafrasando una celeberrima frase di Humphrey Bogart: «È internet, bellezza. E tu non puoi farci niente». Capita infatti di imbattersi nella home page del sito personale della Commissaria Ue per la pesca, la greca Maria Damanaki, e di trovarvi scritto quanto segue: «Lo scenario di un’uscita della Grecia dall’euro è ormai sul tavolo. O troviamo un accordo con i creditori, oppure torniamo alla dracma». Insomma, altre parole incuranti del potenziale effetto dirompente. Che hanno obbligato il portavoce del governo a un’affrettata smentita: il futuro della Grecia è soltanto «nel quadro dell’euro» e non c’è «alcuna discussione» di un’eventuale uscita dalla moneta unica.
Ci sarebbe perfino qualcosa di surreale nella vicenda, se non fosse che ormai gli infortuni di comunicazione sono quasi all’ordine del giorno. Dalla proposta del numero uno dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, sulla ristrutturazione soft del debito greco subissata da una bordata di «no», allo scivolone sul default ellenico del ministro francese della Finanze, Christine Lagarde (che ieri ha rotto gli indugi formalizzando la sua candidatura alla guida del Fmi) non sono passati che pochi giorni. Nel frattempo, la Grecia continua a essere scossa dalle tensioni sociali, con manifestazioni contro il nuovo piano di austerity andate in scena ieri ad Atene. In questo clima surriscaldato e tra voci (smentite) di elezioni anticipate, gli ispettori di Ue, Fmi e Bce sono tornati nella capitale per esaminare le ulteriori misure (tra cui anche un aumento della pressione fiscale) prese dal governo Papandreou per ottenere il via libera alla concessione della quinta tranche del pacchetto di aiuti da complessivi 110 miliardi.
Il dossier Grecia non dovrebbe comparire ufficialmente sul tavolo del G8 che prende oggi le mosse a Deauville, ma Atene è almeno per metà dei partecipanti il convitato di pietra della riunione. Gli Usa seguono con preoccupazione l’evolversi della situazione, e in particolare la spaccatura che si è venuta a creare tra la Bce, fermamente contraria a ogni forma di ristrutturazione del debito, e la posizione più conciliante di alcuni governi. Una soluzione però dovrà essere trovata. E in fretta.