La crisi dei mutui falcia i «re» di Wall Street

da Milano

Si allarga il crepuscolo degli dei della finanza made in Manhattan. A pochi giorni dall’addio di Stanley O’Neal da Merrill Lynch, sarà infatti Charles «Chuck» Prince a rinunciare alle leve di comando di Citigroup sotto i colpi dell’affilata lama dei mutui subprime.
La resa dei conti è attesa oggi, quando, a meno di ripensamenti, il top manager rassegnerà le proprie dimissioni sul tavolo del consiglio di amministrazione della maggiore conglomerata finanziaria d’Oltreoceano che conta il principe saudita Al Waleed tra i propri grandi azionisti. Il primo a ricostruire l’imminente passo indietro di Prince era stato il Wall Street Journal, ma a catturare l’attenzione degli investitori appare ora soprattutto la prospettiva che cadano presto altre teste coronate che amministrano la finanza mondiale dai grattacieli di New York.
A vacillare sarebbe la poltrona di James Cayne, padre-padrone di Bear Stearns che lo scorso agosto è stata la prima maison d’affari a finire sotto la falce dei subprime per poi arrendersi al collasso di due hedge fund. Pochi giorni fa Cayne ha subito anche un attacco diretto sempre dal Wsj (secondo cui nel pieno della crisi il decano della Borsa Usa si sarebbe intrattenuto in un torneo di bridge a Nashville, nel Tennessee) a dimostrazione di come la resa dei conti Oltreoceano non sia ancora finita. Con il probabile effetto di ingrandire quel girone degli esclusi che ha visto O’Neal estromesso dal vertice di Merrill Lynch, sia a causa dell’urto delle svalutazioni in bilancio (7,9 miliardi di dollari) per fare fronte ai titoli strutturati legati ai mutui ad alto rischio, sia del goffo tentativo di trattare una fusione con Wachovia (la quarta banca statunitense). Quando oggi Prince dirà addio a Citigroup avrà di fronte quello stesso board che poche settimane fa aveva confermato la propria fiducia nel top manager di 57 anni. Che nel 2006, a tre anni dal suo arrivo alla guida di Citigroup, aveva raggiunto anche la poltrona della presidenza raccogliendo l’eredità di Sanford Weill, l’artefice della evoluzione del colosso Usa in un conglomerato del credito.
«Credo che Chuck resterà al suo posto per molti anni ancora», si era spinto a dichiarare pubblicamente l’influente presidente del comitato esecutivo della banca ed ex segretario al Tesoro di Bill Clinton, Robert Rubin. Fiducia probabilmente evaporata con gli ultimi episodi e il tracollo di giovedì in Borsa (il titolo ha perso il 31% da inizio anno), mentre tra gli analisti si diffondeva il timore che il gruppo dovrà varare un piano di svalutazioni molto più oneroso dei 5,9 miliardi denunciati in trimestrale.
Alcuni avrebbero voluto vedere lo stesso Rubin salire ad interim al vertice di Citigroup, ma dopo il rifiuto del banchiere la partita è nelle mani di un apposito comitato: tra i candidati il numero uno di Time Warner, Richard Parsons, oppure le soluzioni interne di Robert Druskin (direttore operativo della banca) o Vikram Pandit, promosso da Prince a capo dell’investment banking.