Crisi e fallimenti, il ruolo del credito

Anna Maria Greco

Come prevenire fallimenti e liquidazioni, intervenendo prima per il salvataggio delle imprese in crisi? E che ruolo possono avere le banche nel processo di risanamento? Sono le principali domande che si sono poste giuristi, magistrati ed esperti di diritto societario e fallimentare di tutto il mondo venuti nella capitale per il VII incontro organizzato, nella sede dell’Abi, dall’International Exchange of Experience on Insolvency Law (Ieei) su: «La disciplina dell’insolvenza tra esperienze internazionali e prime proposte della giurisprudenza italiana sulla recente riforma». Nata in Germania nel ’99 l’associazione che riunisce rappresentanti di 20 Paesi(non solo europei, ma anche Usa o Sudafrica) vuole favorire il confronto tra i diversi sistemi legislativi in questo settore. Perché, sostiene il giudice tedesco Andreas Remmert, presidente e fondatore dell’Ieei, in questo momento il diffondersi della globalizzazione e dell’economia di mercato rimettono in discussione in vari Stati le leggi fallimentari. In Italia, sostiene il magistrato di Cassazione Luciano Panzani, la riforma intende rimuovere il «cordone sanitario» attorno alle imprese in difficoltà che spesso diventa l’anticamera del fallimento. Per questo toglie al giudice il potere di ammissibilità della domanda di concordato, rimettendo il giudizio sul piano di risanamento ai creditori. «Ma i nostri tribunali - accusa Panzani - faticano ad accettare il ridimensionamento del loro ruolo. E così si tradisce lo spirito della riforma». «Il legislatore - spiega uno degli organizzatori dell’incontro, l’avvocato Lucio Ghia, docente all’Università Luiss di Roma - con la riforma mostra finalmente di accettare la crisi delle imprese come fatto fisiologico e quindi da superare. Per questo diventa importante il ruolo delle banche che possono accompagnare e indirizzare il cliente nel piano di risanamento, decidendo quali sono gli asset da vendere, perché non più strategici. In un mercato sempre più competitivo l’impresa deve avere una utilizzazione patrimoniale particolarmente elastica». Un giudizio positivo sulla riforma italiana viene espresso dal giudice americano Charles G. Case. Negli Usa, dice, le banche come creditori privilegiati non entrano nel comitato formato dai chirografari e se la cavano da sole. Del caso Parmalat parla Lorenzo Stanghellini, dell’Università di Firenze, ricordando che il salvataggio della società è stato realizzato con un decreto legge «su misura», perché la precedente normativa avrebbe imposto di vendere l’azienda e non di rifinanziarla, mentre i creditori sono diventati soci.