Crisi e incubo spread: si rischia una manovra bis

Gli interessi sul debito restano alti nonostante le promesse del premier e i proclami ottimistici

Roma - L’incubo di Monti si chiama spread. Sono giorni che il professore ostenta ottimismo. «L’obiettivo è arrivare a tasso zero», aveva ambiziosamente annunciato a SkyTg24. «Non faremo un’ulteriore manovra», aveva promesso in quel di Strasburgo. Eppure il dato del differenziale tra il tasso di interesse sui titoli di Stato italiani e i Bund tedeschi rimane sui Monti. Alto, troppo alto. Il che vuol dire quattrini in più da sborsare a chi sottoscrive i nostri titoli, ossia ci presta soldi. E siccome vanno per forza ripagati, le casse dello Stato piangono e piangeranno ancora.

Tanto da obbligare il Professore a scrivere un’altra manovra lacrime e sangue? È quello che spaventa il premier, adulato e vezzeggiato dalle cancellerie di mezzo mondo e dai media ma non dalle agenzie di rating e dai mercati. Ieri mattina, infatti, il mostro spread è tornato a spaventare palazzo Chigi. Aperto a 387 punti, il differenziale è schizzato a 404 punti, con un rendimento dei btp decennali a 5,87%. A piazza Affari, intanto, male le banche, male Enel, male quasi tutti i titoli con la borsa che arriva a perdere quasi il 2%.

La rogna delle agenzie di rating non si placa posto che Moody’s declassa ben 114 banche europee, tra cui 24 istituti italiani. Viene rivisto al ribasso il giudizio su nove gruppi assicurativi europei (tra cui Unipol e Generali) e di altre numerose aziende. Non solo: bocciatura sul merito di credito di vari enti locali europei. Voto negativo a Lombardia, Toscana, Marche, Umbria, Molise, Basilicata, Sicilia e Veneto; alla Provincia e al Comune sia di Milano sia di Firenze; alle città di Venezia e di Siena. Il ministro allo Sviluppo, Corrado Passera, fa spallucce ma mastica amaro e dice: «La sensazione - a proposito del taglio del rating alle banche - è che siano valutazioni che guardano indietro e non davanti».
Ma i giudizi non aiutano certo a dare siringate di fiducia al nostro Paese.

Il tutto mentre i dati di Bankitalia e Istat concordano: il Paese è in recessione; ossia avremo una crescita negativa per due trimestri consecutivi. A ciò si aggiunga il pessimo messaggio dato ai mercati sulla soluzione della crisi greca. In pratica l’Europa ha deciso di non decidere e di rimandare la questione. Risultato, spread alle stelle e soltanto in serata il differenziale chiude a 375,8 punti base. Per Monti un ottovolante che preoccupa e che potrebbe obbligarlo a dover rimangiare le sue promesse: nessuna manovra e obiettivo spread a zero. È vero che il premier, cautamente, non ha messo a futuro bilancio i quattrini che spera di raggranellare con la lotta all’evasione fiscale; ma se il termometro spread continua a segnare febbre alta sono guai.

Con tutto che, da uno studio che l’ex ministro per la Semplificazione, Renato Brunetta, aggiorna quotidianamente, emerge che la situazione non solo non è migliorata ma è addirittura peggiorata. Prendendo la media dello spread nei primi 91 giorni del governo Monti, si vede chiaramente che è più alta di 90 punti rispetto alla media degli ultimi 91 giorni del governo Berlusconi. Media Monti: 455; media Berlusconi: 365. Non solo: nel primo semestre del 2011, con il governo Berlusconi, la media dello spread era di 159 punti contro i 219 della Spagna; dal giuramento del governo Monti ad oggi, la media dello spread italiano è di 459 punti contro i 359 della Spagna. Insomma, sono i mercati che devono fidarsi dell’Italia di Monti, non solo la grande stampa e i capi di Stato e di governo. Ecco anche perché, lunedì prossimo, il premier farà una tappa a piazza Affari, dopo esser stato alla City di Londra e a Wall Street.

Ma intanto oggi ci sarà un altro appuntamento fondamentale per il premier: l’incontro a Roma con la cancelliera Angela Merkel, che a pranzo avrà un colloquio anche con il capo dello Stato, Napolitano. E Monti, che ha già fatto intendere qual è la sua linea, tornerà all’attacco sulle misure da adottare per favorire la crescita. E chissà se pronuncerà la parolina che tanta orticaria fa venire alla cancelliera di ferro: eurobonds.