«La crisi economica non si cura sospendendo la democrazia»

MilanoGiuliano Ferrara è tranchant: «Quella di Monti è la vera antipolitica». Vittorio Feltri ironizza: «Affidare alla sinistra e ai democristiani la soluzione dei problemi che essi stessi hanno creato è come chiedere a Dracula di donare il sangue». Alessandro Sallusti va al sodo: «C’è lo spread e c’è il partito dello spread. Il partito dello spread mi fa paura». I “tre tenori” galvanizzano una platea per niente rassegnata e la platea risponde con una raffica di applausi. Saranno in mille sulle poltroncine del teatro Manzoni, più quelli che seguono l’evento nell’atrio, in piedi davanti un maxischermo da finale di Champions. «Votare subito nell’interesse del Paese»: questo il titolo della manifestazione pensata per contrastare quel clima di fine stagione, da saldi del berlusconismo, che giornali e tv trasmettono minuto per minuto. «Non siamo qui a cercare la bella morte - annuncia Ferrara che sfoggia una cravatta formato papillon - non siamo agit prop del berlusconismo allo sbando». In due battute, Ferrara appallottola e getta nel cestino tutte le autorevoli prediche che da mesi piovono sulle teste degli italiani sommergendoli con gocce di catastrofismo, pessimismo, declinismo. Orgoglio e testa, Ferrara guida la riscossa: «Una volta per fermare la democrazia si usavano i carrarmati, ora si usa lo spread». E lo spread rischia di diventare la museruola sulla bocca degli elettori.
Non va bene: «I greci - riprende il direttore del Foglio - che ne hanno combinate di tutti i colori, vanno al voto. In Spagna, dove la disoccupazione è al 20 per cento, votano fra poco. Le cause della crisi, che riguarda tutti i paesi, possono essere diverse ma resta un punto fondamentale: non si possono curare sospendendo la democrazia». Dunque la medicina antispread non può che essere una e una sola: «Un governo che abbia una vera maggioranza e che abbia discusso con gli italiani le cose da fare. Un Governo con una maggioranza non a termine». Un esecutivo, dunque, che sia nato nella culla delle urne e non sia il frutto del pressing di marca Ue.
«Al voto, al voto», grida la platea, sempre più infiammata. Non ci sono cartelli né bandiere, ma il pubblico è un vulcano di battimani e commenti a tutto volume. «Non voglio partecipare al funerale del berlusconisno - afferma il sottosegretario Daniela Santanchè - sono berlusconiana e mi rivolgo al presidente: “Non si faccia tirare la giacchetta da chi è sempre stato nei palazzi”. Spero che Berlusconi trovi il coraggio, si ricordi da dove viene». Lei scende i gradini e intanto fa ciao ciao con la mano: qualcuno si commuove, altri sono in piedi ad applaudirla. Ferrara sorride beato.
Il Manzoni si surriscalda e assomiglia a San Siro. Vittorio Feltri è meno passionale ma tocca ugualmente le corde dei presenti: «Affidare alla sinistra e a gran parte della Dc la soluzione di problemi che loro stessi hanno creato è come chiedere a Dracula di donare il sangue. È una contraddizione comica». Il motivo è presto detto: «Il governo può anche essere tecnico, ma la maggioranza politica sarebbe la stessa. E come si comporterà la sinistra che si è dichiarata contraria alla lettera della Bce? Prima l’ha bocciata e adesso la vota? E ora - rincara la dose l’ex direttore del Giornale - dovremmo dare la regia a Cirino Pomicino. La sinistra era in piazza fino a ieri per difendere l’articolo 18. È un’operazione che ricorda Zelig».
Alessandro Sallusti torna allo spread: «Più che lo spread ci deve fare paura il partito dello spread. È quel partito trasversale europeo fatto di banchieri che non condividono la nostra linea economica e anche quella in politica estera. C’è un partito che ha usato lo spread per mettere in difficoltà questo paese e ci è riuscito». Poi il direttore del Giornale attacca Monti: «Ha lavorato per Goldman & Sachs, un covo di criminali veri che ha innestato la crisi finanziaria». Sul palco sale il ministro Gianfranco Rotondi e pure lui riceve una robusta dose di applausi. Tocca a Ferrara chiudere la mattinata e Ferrara, come la Santanchè, si rivolge direttamente al Cavaliere: «Non si faccia sommergere da quelli che lunedì o martedì apriranno il rubinetto della signorina spread secondo le convenienze della signorina Merkozy. Ala fine bisogna decidere una cosa sola: la data delle elezioni». Un arrivederci più che un addio.