Crisi del gas tra Mosca e Kiev, sale la tensione

Complesse le ricadute del contrasto tra i due grandi Paesi slavi: col blocco dei gasdotti a rischio le forniture russe all’Europa

Roberto Fabbri

Dicono che sia una questione di prezzi del gas «da riadeguare a livelli di mercato». Ma il contrasto tra Russia e Ucraina è molto più che economico: è soprattutto politico, ed è nato con la «rivoluzione arancione», la vittoria del fronte filo-occidentale che ha portato alla presidenza a Kiev Viktor Yushchenko, l'uomo che vuole condurre l'Ucraina nell'Unione Europea e nella Nato. Cioè lontano, lontanissimo da Mosca e dalle sue pretese egemoniche.
Non è dunque un caso che la crisi del gas sia scoppiata a pochi mesi dalle elezioni politiche in Ucraina. Mosca gioca pesante pur di riportare Kiev nel «cortile di casa». Ma l'attuale dirigenza ucraina non accetta prepotenze ed è pronta a giocare a sua volta carte delicate per salvaguardare i propri interessi nazionali.
Ricostruiamo. Il gas naturale è una delle principali fonti di reddito della Russia. Gli immensi giacimenti del nord del Paese, collegati ai Paesi europei da numerosi lunghissimi gasdotti, soddisfano già da tempo quote significative dei loro consumi: circa un quinto della vecchia Europa dei Quindici, ma quasi i tre quarti nei nuovi Paesi membri dell'Ue ex vassalli di Mosca (Polonia, Ungheria, Repubbliche Ceca e Slovacca, Paesi Baltici) e in Ucraina e Bielorussia. A questi ultimi, Mosca ha fin qui praticato un prezzo di favore: 50 dollari per mille metri cubi di gas. Prezzo che verrà confermato agli amicissimi di Minsk, ma che da quando Kiev flirta con l'Occidente Vladimir Putin non è più disposto a concedere all'Ucraina.
«Kiev ha appena ottenuto dall'Unione europea lo status di economia di mercato - ha detto di recente il rappresentante di Mosca a Bruxelles, Serghei Yastrzhembsld -: paghi dunque tariffe di mercato». Peccato che questo significherebbe uno strangolamento di fatto della debole economia dell'Ucraina. Mosca pretende ora 230 dollari per mille metri cubi di gas, e ha finora respinto le richieste di Kiev di applicare un aumento graduale, cominciando da 160 dollari. I toni usati da Gazprom, il colosso energetico che monopolizza il gas russo, sono rudi: gli ucraini paghino il nuovo prezzo, o dalle 10 del mattino del primo gennaio chiuderemo i rubinetti e non c'importa se così facendo li lasceremo a gelare.
Yushchenko sa bene che la posta di questa partita è lui, e intende giocarsela fino in fondo, come fece quando riempì le piazze di Kiev per ottenere la ripetizione delle elezioni presidenziali truccate per far vincere il candidato gradito al Cremlino. Le carte non gli mancano, ma sono tutte pericolose. Con la prima, l'Ucraina minaccia di più che raddoppiare i diritti di transito dei gasdotti che portano l'«oro blu» russo nell'Europa Occidentale. Mossa a rischio, perché metterebbe a disagio proprio gli amici occidentali. Con la seconda, Yushchenko cerca di svincolarsi dal ricatto di Putin rivolgendosi ad altri fornitori, in primo luogo al Turkmenistan: ma anche quel gas dovrebbe passare su suolo russo. Con la terza, disperata, se dal primo gennaio i rubinetti russi venissero chiusi, Kiev tenterebbe di garantirsi le forniture prelevando gas diretto in Occidente o ricattando Mosca con il blocco totale del transito su suolo ucraino. Con la quarta, la più delicata, Yushchenko potrebbe rimettere in discussione gli accordi sull'affitto della base navale di Sebastopoli, in Crimea, dov'è ancorata la flotta russa del Mar Nero. Il ministro della Difesa russo Serghei Ivanov ha però chiarito che una tale mossa «sarebbe fatale per gli accordi territoriali raggiunti tra i due Paesi nel 1997». Chiara allusione al fatto che Mosca potrebbe tornare a rivendicare la Crimea, regalata motu proprio all'Ucraina nel 1954 da Nikita Krusciov.
Ieri fonti ucraine hanno annunciato che un accordo sul gas russo era stato raggiunto, ma Gazprom ha smentito seccamente. Oggi il ministro ucraino dell'Energia Ivan Plachkov sarà a Mosca per non facili colloqui.