Crisi di governo, Prodi non molla "Avanti con un accordo blindato"

Il premier deciso a non mollare propone un "patto non trattabile" e detta 12 condizioni: dalle pensioni alla Tav. Fuori i Dico. E in caso di contrasti l’ultima parola spetta al Prof

Roma - Un vertice per «definire le condizioni precise e obbliganti perché si possa definire una maggioranza che sostenga il governo», spiega il portavoce di Romano Prodi, Silvio Sircana.
Il premier dimissionario lo convoca a sorpresa in serata, al termine della prima, lunghissima giornata di crisi. Tutti i segretari di partito dell’Unione, più i vicepremier. E sul tavolo un «documento programmatico» in dodici punti da «prendere o lasciare» perché, spiega il fedelissimo Giulio Santagata, ministro del Programma e coautore dei dodici punti, «non sono condizioni negoziabili». È la lista delle priorità del suo possibile nuovo governo, con dentro il rispetto degli impegni internazionali (vedi Afghanistan e Vicenza), la Tav, i rigassificatori, la riforma previdenziale, le immediate dimissioni di tutti i membri di governo che sono senatori. Desaparecidos, invece, i famosi «Dico»: Prodi li sacrifica sull’altare dei voti cattolici, e propone invece «politiche per la famiglia». «Le tavole della legge di Prodi. Ambizioso: in fondo Mosè si era accontentato di dieci punti soli...», è la battuta che si lascia scappare un dirigente dell’Ulivo.
Prodi raduna la sua maggioranza e chiede un patto di fedeltà assoluta, una sorta di conferimento di pieni poteri al premier, come condizione per non tirarsi indietro subito, prima ancora della verifica dei numeri in Senato. È l’estremo tentativo del Professore, che sa che quei numeri allo stato non esistono, di drammatizzare la situazione, di dimostrare che non ha alcuna intenzione di farsi logorare dai mille giochi che si stanno aprendo dentro l’Unione e tra gli schieramenti, di mettere i suoi davanti al «prendere o lasciare». Caricando sulle spalle di tutta la coalizione la scelta di farlo andare avanti o farlo fallire. Il premier dunque alza la posta, e ottiene - formalmente - «la piena fiducia di tutti», annuncia al termine dell’incontro Piero Fassino. «In nove mesi, il governo ha raggiunto obiettivi molto importanti», dice Prodi. Ma quei risultati «non hanno avuto modo di essere percepiti dall'opinione pubblica in tutta la loro novità e di esplicare tutti i loro effetti perché il comportamento e le azioni dei singoli, ministri e forze politiche, hanno costantemente provocato una litigiosità e una strisciante contrapposizione di posizioni che ha oggettivamente logorato tutto il governo». Se volete che resti, tutto questo deve cambiare radicalmente, è la richiesta del premier, al quale «deve essere riconosciuta la piena autorità di decidere, in caso di contrasti».
Ora, sulla base del patto sottoscritto e dei nuovi punti programmatici, Prodi sarebbe pronto a presentarsi in Senato per chiedere la fiducia. Contando sulla tenuta della maggioranza e su «tre possibili nuovi apporti», assicurano dall’Unione. Chi siano i tre senatori di rincalzo non lo dicono, ma c’è chi assicura che anche Marco Follini potrebbe arrivare, «non subito per la fiducia, ma in un secondo momento».
Ora si attende la conclusione delle consultazioni di Napolitano, e il reincarico. «Ora vediamo che cosa dice il Capo dello Stato». Nei prossimi giorni si vedrà cosa succede in aula. È la conclusione di una giornata confusa, all’insegna del pessimismo. «Ugo, ti consiglio di far preparare subito le foto elettorali perché ormai ci siamo». A Montecitorio il ministro della Pubblica istruzione Peppe Fioroni, incrociando il tesoriere Ds Ugo Sposetti, gli dà il suo suggerimento. Pronto Sposetti replica: «Abbiamo già preparato tutto». È la linea ufficiale dell’Ulivo: o Prodi o elezioni, nessuna alternativa. È il messaggio che deve servire a spaventare i parlamentari, innanzitutto dell’Unione, a spingerli a compattarsi attorno al tentativo Prodi. «Se continua così e fallisce lo sforzo di recuperare voti al Senato, non ci sono alternative al voto anticipato», spiegava cupo il capogruppo dell’Ulivo Dario Franceschini.
Un tentativo che a sera il Professore sembra comunque deciso a fare, dopo che per tutta la giornata il tam tam che arrivava da Palazzo Chigi faceva sapere che Prodi era pronto a gettare la spugna: «È convinto che l’Ulivo lo stia spingendo in una trappola, un governo bis balneare da tenere in piedi fino alle amministrative di primavera, perché prima di allora né Berlusconi e la Cdl né noi possiamo aprire altri giochi», confidavano in casa ds. Una trappola che Prodi ha provato a rovesciare in serata, con le sue «tavole della legge». Alle quali nessuno ha potuto dire di no.