La crisi ha cambiato i desideri dei «Paperoni»

La crisi ha cambiato l’atteggiamento di chi possiede grandi patrimoni. I «paperoni» italiani appaiono infatti più riflessivi rispetto a quattro anni fa e più proiettati al futuro. É quanto emerge da una ricerca («Wealth Society Report») realizzata da Unicredit private banking insieme a Gpf. «Lo studio ci aiuta a conoscere meglio e comprendere i nostri gruppi target», sottolinea Andreas Wölfer, capo del private banking di Unicredit. Il documento «conferma le linee guida su cui abbiamo sempre basato la nostra attività: essere focalizzati sugli obiettivi di vita dei nostri clienti e non solo sui loro orizzonti di investimento», aggiunge Dario Prunotto, responsabile divisione Italia Private Banking di Unicredit, ricordando che la stessa riorganizzazione del gruppo introdotta con la Banca Unica parte dall’obiettivo di «seguire il cliente in modo ampio e sotto tutti i punti di vista».
Ma quali sono le tendenze che emergono dallo studio di Gpf? Nel 2006 il campione analizzato mostrava «un’attitudine più edonista e spensierata» e voleva «godere della propria fortuna pur nell’understatement», riassume Monica Fabris, presidente di Gpf. Oggi invece i clienti private «appaiono più riflessivi». Il riconoscimento delle responsabilità che derivano dal proprio status di elite è inoltre «particolarmente diffuso tra gli imprenditori, che pur restii a fare politica in senso stretto riconoscono sempre più il proprio ruolo pubblico». La crisi, inoltre, è stata percepita soprattutto come «economica» (e solamente in seconda istanza come «finanziaria»), tanto che il volano per ritornare alla normalità appare il superamento della stessa distanza che si aperta tra economia e finanza. Di conseguenza i clienti private vogliono una consulenza basata sui macro-trend dell’economia, che valuti le tendenze di medio periodo. E questo attraverso investimenti anche di breve periodo, purché speculativi. La possibilità di trasmettere intatto ai figli il patrimonio è la prima preoccupazione.
La recessione ha poi indotto i «paperoni» ad aumentare la competenza finanziaria e a impostare in modo differente il rapporto con il private banker: non si aspettano più infallibilità o soluzioni miracolistiche, ma un dialogo paritetico finalizzato a tenere sotto controllo i rischi. Non si pongono più in maniera passiva, ma cercano nel proprio consulente una guida competente con cui mettere in atto le soluzioni migliori possibili.