Crisi, i banchieri Usa recitano il "mea culpa"

Otto top manager messi alle strette sull’utilizzo dei fondi pubblici e sui bonus milionari. Pandit (Citigroup) si riduce
l’ingaggio a un dollaro. Blankfein: «Mai vista una frattura così netta tra noi e la gente». Cuomo attacca Merrill Lynch

Profilo basso, quasi rasoterra. Come si conviene quando si va a recitare un atto di contrizione. Altro che l’arroganza maldestra esibita solo qualche mese fa dai chairman delle tre major dell’auto di Detroit: questa volta i jet privati sono rimasti a terra, le limousine a prender polvere nei garage. Meglio i mezzi pubblici, più confacenti all’aria che tira. Così si sono presentati ieri gli otto amministratori delegati delle principali banche Usa (da Goldman Sachs a Bank of America, da Citigroup a JP Morgan Chase, da Wells Fargo a Morgan Stanley, da State Street a Bank of New York Mellon) al cospetto della Commissione servizi finanziari della Camera. Pronti a subire, come un gruppo di scolaretti intimiditi, un interrogatorio di ore ed ore dopo aver dribblato all’esterno un gruppo di manifestanti con cartelli anti-banchieri. Domande, domande e ancora domande. Non sempre pacate nei toni, acuminate nelle intenzioni, circolari per quel girare sempre attorno a due macro-temi: l’utilizzo di una parte dei 700 miliardi di dollari del piano Paulson (180 circa) e i bonus milionari intascati. Loro, a disagio, hanno risposto. Senza però risultare del tutto convincenti. Non almeno al punto da ricomporre la frattura con la gente comune, quel solco richiamato proprio dal numero uno di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein: «In 26 anni in Goldman non ho mai visto una separazione così netta tra l’industria finanziaria e le gente, che è molto arrabbiata e ritiene che Wall Street abbia perso di vista i propri obblighi» verso la comunità. Blankfein ha garantito che ripagherà i fondi federali ricevuti. Attorno a banche e banchieri il gossip è velenoso: i 18 miliardi di bonus che secondo alcune indiscrezioni sarebbero stati elargiti ai dipendenti nel corso del 2008 (a crisi dunque conclamata), certo non aiutano a mettere sotto un’altra luce le ex stelle del firmamento creditizio, ora apostrofate come tse, tax payer supported entities, ovvero entità a carico del contribuente. John Mack, ad di Morgan Stanley, ammette che «potrebbe essere cambiata» la struttura delle gratifiche. Ci sono poi accuse più dirette, come quella rivolta dal procuratore generale dello Stato di New York, Andrew Cuomo, a Merrill Lynch: avrebbe erogato sotto banco 3,6 miliardi ai suoi dirigenti mentre la banca incassava gli aiuti. Merrill è poi passata sotto l’ala di Bank of America, e il suo numero uno, Kenneth Lewis, ha offerto ieri questa ricostruzione: «Avevamo spinto per una riduzione dei bonus, ma fino al primo gennaio 2009 le banche erano due entità separate: non potevamo dire al comitato compensi cosa fare». Lui, ha comunque assicurato, non ha incassato un solo centesimo di bonus l’anno scorso. «Ci siamo conquistati con fatica una reputazione per la nostra frugalità, non per la nostra dispendiosità». La strategia della cinghia tirata, anche se Lewis si è dimenticato del party da 10 milioni organizzato per l’ultimo Superbowl. Vikram Pandit, ceo di Citigroup, era invece scivolato sull’acquisto di un jet da 50 milioni. Ordine poi annullato allo scatenarsi delle polemiche. «L’acquisto - ha confessato - ha mostrato ignoranza nei confronti della nuova realtà». La parola d’ordine per Citi è dunque «rigore»: Pandit avrà un «ingaggio» di un solo dollaro fino a quando i bilanci della banca non saranno risanati. Egli ha però difeso l’impiego degli aiuti, ricordando che gli aiuti hanno permesso al colosso finanziario di finanziare aziende e famiglie. Insomma, ciò che una banca dovrebbe sempre fare. Mentre gli otto top banker venivano ascoltati, il segretario al Tesoro, Tim Geithner, parlava davanti ai senatori della Commissione bilancio. Il successore di Paulson ha spiegato che nel piano da 2mila miliardi ci sono ancora nodi da sciogliere. Dunque, non è possibile fornire troppi dettagli. La vaghezza del pacchetto era stata all’origine mercoledì del crollo di Wall Street, rimasta ieri vicino alla parità. Quanto al piano Obama, accordo raggiunto attorno a una cifra di 790 miliardi (contro gli 819 approvati dalla Camera). Il voto finale potrebbe arrivare entro fine settimana.