Dalla crisi di Internet al crac Lehman Ora il vero nemico si chiama prestito

«Nel ’600 in Olanda il prezzo dei bulbi di tulipano salì a tal punto che si poteva comprare una bellissima casa con un unico bulbo. Poi il mercato crollò e la gente perse tutto, ma chi se ne ricorda più?». È l’avido Gordon Gekko, lo spietato finanziere protagonista della saga di Wall Street a ricordare che in Borsa, come al casinò, lo speculatore ha buone probabilità di cavarsela a danno di tutti gli altri. È quanto ha spiegato l’economista e deputato Pdl, Renato Brunetta, in un dossier pubblicato per «Free Foundation» e intitolato «Di bolla in bolla». Una narrazione dettagliata degli ultimi anni.
LA BOLLA DI INTERNET
La storia ha inizio nel 1999. Scoppia il panico da Millennium bug, il «virus» che può mandare in tilt i computer di tutto il mondo allo scoccare della mezzanotte del primo gennaio 2000. La Fed, presieduta da Alan Greenspan, aveva abbassato il tasso di sconto sotto la soglia del 5%, al 4,75, per consentire alle aziende di evitare incidenti. Accade il contrario: l’eccesso di liquidità è investito dal mercato sulle nascenti società Internet, spesso più virtuali che reali. L’indice tecnologico Nasdaq tocca il suo massimo nel marzo 2000. Tre mesi dopo la Fed rialza i tassi e gli investitori fuggono dall’hi-tech.
LA BOLLA IMMOBILIARE
Tra il 2001 e il 2006 la necessità di superare lo shock post-11 settembre ha spinto la Fed ad abbassare nuovamente i tassi di interesse, scesi fino a un minimo dell’1%. La motivazione è nobile: sostenere produzione e consumi. Gli investimenti, però, si indirizzano verso un settore tradizionalmente considerato remunerativo, quello immobiliare. Il mix è esplosivo: il debito facile a tassi bassi spinge il consumo e l’acquisto di immobili i cui prezzi aumentano. Le banche Usa finanziano l’acquisto di case anche a chi non avrebbe i requisiti (i clienti subprime). I mutui vengono cartolarizzati, cioè immessi sul mercato sottoforma di titoli di debito, che a loro volta sono utilizzati come sottostante di derivati (i famigerati «titoli tossici»). Al ritorno dei tassi sopra il 5%, nel 2007, il castello di carta crolla: il costo del debito aumenta, la gente non rimborsa i mutui e i titoli collegati diventano carta straccia. Le banche che hanno pignorato gli immobili li rimettono sul mercato facendone crollare i prezzi. È la crisi che conosciamo: quella del fallimento Lehman Brothers.
LA BOLLA DEL DEBITO
Che cosa ha prodotto la bolla immobiliare? Due miliardi di dollari di aiuti di Stato negli Usa e 1,2 miliardi di euro per varie «nazionalizzazioni» in Europa (da Fortis a Dexia a Northern Rock). Ma, soprattutto, ha riportato pericolosamente verso lo zero i tassi d’interesse. Per una coincidenza di motivi: le banche internazionali, causato del disastro, hanno perso fiducia reciproca e hanno smesso di prestarsi denaro. Per recuperare altra liquidità, oltre a quella usata per evitare la bancarotta, hanno iniziato a vendere titoli di Stato, sia quelli Usa sia quelli europei, dove la Bce non garantisce i singoli Paesi debitori. La speculazione, come ha rilevato il Nobel, Joseph Stiglitz, si è rivoltata «contro i governi indebitati». E a pagare oggi è l’Italia.
MINI-BOLLA: MATERIE PRIME
Ovviamente non c’è stata solo speculazione ribassista (la presa di profitto sulle vendite), ma anche quella rialzista che si è concentrata sulle materie prime (oro, petrolio, grano, ecc.). La liquidità in eccesso si è concentrata su questi beni perché Cina e India continuavano a crescere e a richiederne in quantità. La crisi del debito rallenta la crescita dei «nuovi ricchi» e le quotazioni sono calate.
L’ECCESSO DI LIQUIDITÀ
Le crisi recenti sono dovute al doping finanziario, a quell’eccesso di liquidità che ha reso semplice indebitarsi con la speranza di ottenere ritorni esponenziali rispetto agli interessi che si devono rimborsare. «Il vero nemico è il prestito: è sistemico, maligno ed è globale». E se lo dice anche un «falco» come Gordon Gekko...