La crisi israelo-libanese isola gli Stati Uniti al G8

Solo Usa e Canada apertamente schierati con Gerusalemme

Marcello Foa

nostro inviato a

San Pietroburgo

Il Libano è in fiamme e il Gruppo degli otto Paesi più industrializzati cerca, disperatamente, una posizione comune. Il programma del summit viene stravolto. Passano in secondo piano il nucleare iraniano, la Corea del Nord, le grandi questioni energetiche. Resta una sola priorità: fermare la violenza. Lo affermano Bush e Putin e, in sequenza, tutti i leader che nel pomeriggio giungono a San Pietroburgo. Ma non è facile trovare una posizione comune. Gli Otto grandi affrontano il summit divisi: Usa e Canada si schierano senza riserve dalla parte di Israele; gli altri: critici sia con gli Hezbollah che con lo Stato ebraico. In mezzo il Giappone, storicamente meno coinvolto dal problema.
Gli occhi sono puntati su Bush, che proprio al G8 è intenzionato a dimostrare l’autenticità del nuovo corso della politica estera americana: addio unilateralismo, l’America torna a essere una superpotenza capace di ascoltare e di capire le ragioni dei partner. Ma è difficile dar prova di moderazione quando c’è in gioco Israele, l’alleato più fedele di Washington. E infatti il presidente Usa conferma la linea annunciata 48 ore fa: lo Stato ebraico ha il diritto di difendersi come meglio crede. A chiarirlo è lo stesso Bush, durante la conferenza stampa tenuta al mattino con il presidente Putin. «Ritengo che il modo migliore per porre fine alla violenza sia di chiedersi chi l’abbia provocata», afferma perentoriamente. «Sono stati gli Hezbollah a sferrare il primo attacco contro Israele, loro a rapire due soldati». Dunque devono essere loro a compiere il primo passo «deponendo le armi».
E per convincere il Partito di Dio bisogna agire su chi lo protegge. Nei giorni scorsi la Casa Bianca aveva accusato Iran e Siria, a San Pietroburgo Bush si limita a citare Damasco e la invita a «esercitare la propria influenza sugli Hezbollah». Il presidente russo riconosce che il conflitto è stato scatenato dalla milizia degli integralisti islamici, ma poi dichiara che «l’uso della forza deve essere equilibrato» e che «bisogna interrompere lo spargimento di sangue». Prende le distanze dagli Usa, Putin, ma con toni più concilianti rispetto a quelli usati venerdì, quando la risposta di Israele era stata definita «sproporzionata».
Il Cremlino è molto preoccupato. Il ministro della Difesa Sergei Ivanov dichiara che «è iniziata una nuova guerra in Medio Oriente» e che c’è «il rischio di un coinvolgimento di terze parti». Per questo il G8 deve muoversi; deve lanciare un segnale forte. Già, ma quale? Dietro le quinte le delegazioni lavorano freneticamente per trovare una soluzione. Tra queste, anche quella americana. Lo ammette il consigliere alla Sicurezza nazionale, Steve Hadley, che però non si distanzia dalla linea di Bush. In un incontro informale con i giornalisti americani, accusa ancora una volta gli hezbollah, ricordando come siano stati loro a non rispettare la Risoluzione 1559 dell’Onu che prevedeva lo scioglimento di tutte le milizie armate in Libano.
I guerriglieri di Dio non solo non hanno mai deposto le armi ma hanno approfittato del ritiro israeliano dal sud del Paese, avvenuto nell’estate del Duemila, per rifornire i loro arsenali con migliaia di razzi, alcuni di produzione iraniana, ben più potenti dei vecchi «Katiuscia». Ma anche Israele in queste ore ha le sue colpe. La maggior parte dei leader del G8 non capisce la necessità di bombardare le infrastrutture libanesi, quali ponti, autostrade e persino l’aeroporto. Le decine di civili uccisi (32 nelle ultime 24 ore, tra cui 15 bambini) suscitano sgomento anche tra chi simpatizza per lo Stato ebraico.
Le preoccupazioni di Mosca non sono esagerate: la violenza rischia di protrarsi per molti giorni e dunque di degenerare. L’appello lanciato da Bush alla Siria è un segnale: occorre far pressioni sui Paesi che sono in grado di influenzare i protagonisti della crisi. La delegazione francese conferma: ognuno degli Otto Grandi ha contatti privilegiati con le potenze della Regione ed è giunto il momento di attivarli, anche se per ora i riscontri non sono positivi. Damasco continua a parlare di «eroica resistenza degli hezbollah». Hadley coinvolge anche l’Onu dicendo di aspettare risultati significativi dalla missione degli inviati del segretario generale Kofi Annan. Poi rivela che Bush, dopo aver parlato venerdì con re Abdullah di Giordania, con il presidente egiziano Hosni Mubarak e con il premier libanese Fouad Siniora, nelle prossime ore consulterà re Abdullah dell’Arabia Saudita.
E quando chiamerà Israele?, chiede un giornalista. «Il segretario di Stato Condoleezza Rice telefona un paio di volte al giorno al premier israeliano Olmert», rivela il consigliere alla Sicurezza nazionale. E lascia intendere che quando verrà il momento anche Bush attiverà la linea rossa con Gerusalemme.