La crisi di JuveToro E ci mancava solo il gossip....

di Tony Damascelli
Ci mancava anche il caso Terry alla bagna caoda. Ci mancavano pure le tasse non pagate. E la storia delle scommesse clandestine? E quella delle partite truccate? E le aggressioni ai calciatori nei ristoranti? E i cori razzisti? E la comitiva di allenatori licenziati? Poi la Fiat in crisi, Mirafiori in cassa integrazione, il resto in equilibrio precario dalle Alpi alla Sicilia, mentre Gianduja e Giacometta sono le sole maschere serie di questo carnevale eterno che è diventata Torino, alla voce calcio e affini.
Tento di ricapitolare: alla Juventus non c’è alba che non sia già notte fonda. Non bastano le vicissitudini della squadra che una ne fa e cento ne combina, piena di equivoci, di mala sanità, di pazienti che fanno perdere la pazienza, di dirigenti impreparati, di voci di corridoio e malelingue di cortile.
Un giornale ha sparato la notizia di una sorta di tradimento tra compagni di squadra, un caso alla Terry che riguarderebbe Amauri e Buffon, la crisi del primo in astinenza di gol da cento giorni così troverebbe una spiegazione; il nervosimo del portiere pure. Non avendo argomenti tecnici ecco che il corpo viene assalito dai pruriti. E ovviamente c’è stata la sacrosanta reazione non epidermica ma «legale» dei diretti interessati che hanno, tanto per incominciare, costretto alle scuse ufficiali, messe per scritto, il giornale medesimo, Cronacaqui. Che qui non finirà perché il paese è piccolo e la gente mormora.
Poi, sul quotidiano della famiglia, al secolo La Stampa, è uscita in esclusiva nazionale la notizia di un illecito fiscale del Juventus football club e di una indagine che riguarda Cobolli Gigli e Blanc; l’inchiesta è scaturita dopo un controllo alle voci di bilancio relative ai pagamenti delle prestazioni fornite dai procuratori, prestazioni che per norma dovrebbero essere pagate dagli stessi calciatori e non dai club. Atto dovuto, è stato detto, come si usa spiegare in analoghi casi. Tra l’altro gli atti riguarderebbero le stagioni nelle quali la gestione economica era affidata alla triade, già assolta dall’accusa di falsi amministrativi.
Dunque ieri oggi e domani, la Juventus non esce dal tunnel se non quello degli spogliatoi. Messaggi cifrati, sostiene qualcuno, inviati agli attuali gestori che non possono più sbagliare, in campo e fuori, la proprietà chiede il conto, gli sponsor anche, o si svolta o si precipita. Ma il segnale riguarderebbe anche i vecchi padroni, nostalgici e vendicativi, quelli che pensano e sognano di riprendere in mano il potere. Parenti e serpenti, se vogliamo restare in tema di titoli filmici.
Il Toro-Torino non sta meglio, in serie B, tra un esonero e l’altro, tra le aggressioni ai calciatori da parte dei soliti noti, comunque a piede libero, respirando nell’aria il puzzo del sospetto di scommesse e partite addomesticate, di indagini mai confermate, di tesserati rispediti al mittente nell’opera di bonifica del nuovo dirigente, Petrachi, delle dimissioni dell’ex direttore sportivo, Foschi, che soffre di nostalgia e si lamenta perché gli avrebbero smontato il giocattolo granata; e poi il girotondo ridicolo degli allenatori, la durissima contestazione a Cairo, quasi costretto a nascondersi nel canneto, lui che comunque questo Toro l’ha salvato dalla vergogna vera.
E lo stadio Olimpico che, quattro anni dopo i sontuosi e vuoti giochi invernali, è tutto tranne che olimpico, cioè calmo, sereno, superiore ma piuttosto una discarica di insulti e cori razzisti, altoparlante di una città ormai incattivita.
Non bastasse questo, che basta e avanza, ecco che la Fiat, punto di riferimento, faro di segnalazione per i naviganti torinesi e non soltanto, ha guai mille e ne preannuncia altrettanti.
Nessuno sa, nessuno può capire quando finirà l’agonia e su quale sponda del Po. Gianduja e Gjacometta ballano, lanciando coriandoli. Ma a Torino c’è poco da ridere, il solo che si diverte è Chiambretti. Perché lavora a Milano.