Crisi, l'America a Obama: bisogna stringere i tempi

Ben 44 Stati su 50 segnalano bilanci in passivo e chiedono aiuti al presidente. Le previsioni per il 2009 danno un deficit pubblico che supererà i mille miliardi di dollari. Crescono i dubbi sulla consistenza del piano di rilancio

New York - L'America? Sprofonda nelle cifre rosse. La stima per quest'anno è sconcertante: il deficit pubblico raggiungerà i 1200 miliardi di dollari ovvero l'8,9% del Pil. Il triplo rispetto ai criteri di Maastricht che permettono uno sforamento entro il 3%. E la prospettiva è che il buco peggiori ulteriormente. Sì, perché le stime non considerano il piano di stimolo dell'economia promesso da Obama, né le spese per le guerre in Irak e in Afghanistan e perché continuano ad aumentare i questuanti alla Casa Bianca. Dopo i banchieri e i colossi dell'auto di Detroit, è la volta degli Stati che non riescono più a far quadrare i conti. Su cinquanta ben quarantaquattro prevedono un disavanzo e alcuni di loro rischiano addirittura la bancarotta, se Washington non li soccorrerà. E con queste prospettive il buco federale potrebbe raggiungere nel 2010 la cifra astronomica di 1600 miliardi.

È il prezzo per rilanciare a breve termine l'economia americana, ma sui mercati finanziari crescono i dubbi sulla sostenibilità dell'operazione. Barack dove troverà i fondi necessari? La risposta è ovvia, vendendo in quantità industriale i Buoni del Tesoro Usa, che però sono sottoscritti per oltre il 40% da investitori stranieri, in prima fila cinesi e giapponesi. E oggi i Treasury Bonds rendono tra lo 0,25 e lo 0,50% a breve termine e poco più del 2% a dieci anni. È davvero insaziabile l'appetito per delle obbligazioni che rendono poco più di zero e in una valuta instabile come il dollaro?

Il timore è che possa innescarsi una fuga dagli investimenti targati Usa. Per questo Obama ieri ha tenuto l'ennesima conferenza stampa, assicurando che «prenderà tutti i provvedimenti necessari per mantenere il deficit a livelli fattibili nel medio e nel lungo termine» e ha promesso «di tagliare le spese inutili» e dunque «di smettere di sprecare i soldi dei contribuenti». Lo slogan è efficace, resta da vedere se e come possa essere tradotto in realtà. Nel breve periodo, in ogni caso, dovrà aprire il portafoglio. L'altro giorno ha ricevuto i rappresentanti dei governatori degli Stati che, per una volta, hanno accantonato le divergenze politiche. Non c'è differenza tra repubblicani e democratici: sono quasi tutti in bolletta, come testimonia uno studio indipendente del Center on budget and policies priorities, che è stato consegnato al presidente eletto.
Le cifre parlano chiaro: i 44 Stati sono in passivo del 13,6% per il 2009 e del 16% per il 2010, pari a decine di miliardi di dollari. Alcuni come California, New Jersey, Minnesota, Ohio, Wisconsin hanno buchi che eccedono il miliardo, talvolta di molto, e in un futuro non lontano potrebbero non essere più in grado di garantire servizi essenziali nella sanità e, soprattutto, nelle scuole. Insomma, sono sull'orlo della bancarotta a causa degli effetti della recessione che sta facendo crollare le entrate fiscali. «Non stiamo gridando al lupo, ma siamo costretti ad affrontare una situazione senza precedenti», ha dichiarato il governatore dell'Ohio Ted Strickland, che ha suggerito a Obama di rendere più vigoroso il pacchetto di stimolo all'economia e che già prevede cospicui stanziamenti locali. I dettagli non sono ancora noti, ma secondo le prime stime dovrebbe essere compreso tra i 675 e i 775 miliardi di dollari. Troppo pochi, secondo i governatori, secondo cui la cifra necessaria per risanare i conti degli Stati e al contempo far ripartire l'economia è di mille miliardi, ovvero un trilione di dollari.

Obama ha annotato la richiesta, esprimendo comprensione, ma com'è sua consuetudine non ha preso impegni. Il candidato che ha infiammato le speranze degli elettori promettendo il cambiamento, è in realtà un politico molto prudente, che durante la sua permanenza al Senato dell'Illinois e in quello federale raramente ha contrastato gli interessi dell'establishment e che, da sempre, prima di esprimersi calcola attentamente le ripercussioni, soprattutto sulla propria immagine. Da parlamentare a Chicago è riuscito ad astenersi ben 129 volte.

Da qui alcuni dubbi sulla sua personalità. Sarà un presidente capace di imporre la propria visione o volubile e dunque sensibile alle pressioni dei potenti? Per ora si limita a consultare tutti e a evitare con cura gli argomenti spinosi, a cominciare da quello del suo successore al Senato. Martedì il Partito ha sbarrato la strada a Roland Burris, nominato da Blagojevich, il governatore dell'Illinois sotto inchiesta per aver cercato di vendere il seggio ormai vacante di Obama. Ma ieri i democratici sembravano intenzionati a ripensarci e dunque ad ammetterlo a Capitol Hill, mentre Barack non si è manifestato. Ha preso nota, come al solito.