In crisi la lingua italiana Tour de Suisse per salvarlo

Il Ticino sta mobilitando l’opinione pubblica nelle città della Confederazione per bloccare il declino di un idioma sempre meno diffuso

Elisabetta Pisa

Ormai è quasi certo. In autunno verrà lanciata un’iniziativa popolare per salvare l’italiano, che è sempre meno parlato nella Confederazione. Un progetto di legge che dovrà garantire alla lingua di Dante la stessa dignità delle altre lingue nazionali in Svizzera e frenare il suo pericoloso declino, innescato dalla sempre maggiore diffusione dell’inglese. «Coscienza svizzera», un gruppo di studio e d’informazione della Svizzera italiana, si è convinta ad abbandonare la prudenza. La sua battaglia, difatti, sta iniziando a dare i primi frutti, almeno in termini di consensi. Dopo l’estate i tempi probabilmente saranno maturi per raccogliere le firme e seguire l’iter legislativo. Sì perché dal Ticino è partita la crociata per salvaguardare il plurilinguismo elvetico con la prima tappa di un Tour de Suisse dell’italiano che mira a mobilitare l’opinione pubblica. Del resto si tratta di una questione di interesse generale: salvare il plurilinguismo che è inscritto nel Dna degli svizzeri, essendo alla base del federalismo elvetico, esempio della convivenza pacifica di popoli diversi. Ma se gli altri Cantoni stanno assecondando l’emarginazione dell’italiano - nel 1970 era parlato dall’11,9% dei residenti, nel 2000 dal 6,5% - per il Ticino è una vera e propria deriva da correggere: è in gioco l’identità di una minoranza che non vuole essere sopraffatta dalle altre comunità del Paese. Ed è riuscita a far sentire la sua voce nella Confederazione. «Abbiamo avuto un riscontro notevole a livello mass-mediatico e di pubblico e ricevuto una grande solidarietà da parte della gente», dice Luigi Corfù, vicepresidente di «Coscienza svizzera» –. Il nostro obiettivo è di spiegare la problematica ai cittadini attraverso gli interventi di politici, linguisti ed esperti». Dopo le iniziative organizzate in Ticino, il pellegrinaggio è continuato a Coira, nei Grigioni - un altro Cantone che deve difendere il romancio, altra lingua in pericolo, insieme all’italiano - e a Neuchâtel, la città da cui è partita l’offensiva: il rettore dell’università neocastellana ha, difatti, deciso di abolire la cattedra di italiano. A nulla sono servite le proteste di numerosi studenti e una petizione, firmata da 12mila cittadini.
Dopo l’estate molto probabilmente continuerà il giro nelle città più importanti del Paese: San Gallo, Basilea, Zurigo, Ginevra, Losanna e Berna dove il Ticino vuole trovare l’appoggio necessario. Il rischio è, difatti, che la società civile non si accorga che il plurilinguismo, tanto ammirato e anche invidiato all’estero, in realtà si sta tramutando in un bilinguismo che accoppia un idioma nazionale, soprattutto il tedesco parlato dalla maggioranza degli svizzeri, o tutt’al più il francese, all’inglese. Mentre l’italiano rischia di essere relegato negli stretti confini del Canton Ticino. Ormai oltre San Gottardo non viene insegnato, se non come materia opzionale, nelle scuole dell’obbligo. Spesso gli allievi imparano l’inglese sin dalle elementari e perde peso a livello universitario, dove progressivamente spariscono le cattedre di lettere italiane e di romanistica. Sintomi di un modello elvetico ineluttabilmente in crisi? «Effettivamente c’è un problema di centro-periferia – ammette Corfù -. Il problema linguistico tocca il modo di essere di una comunità, le cui componenti non sono più nella stessa posizione di equilibrio». Ma per il Ticino è presto per dire addio al plurilinguismo che è un tratto distintivo della Svizzera. Una battaglia condivisa da personalità di primo piano del mondo politico, culturale e dei mass-media. Il Tour de Suisse sul federalismo plurilingue è, difatti, sostenuto da un Comitato, composto anche da Flavio Cotti, ex presidente della Confederazione, dal parlamentare Fulvio Pelli, dal ministro ticinese dell’Educazione Gabriele Gendotti e da Remigio Ratti, direttore della Radio Televisione della Svizzera italiana.
Il prossimo passo, quindi, potrebbe essere l’iniziativa popolare che vuole ancorare alla legge alcuni principi come l’insegnamento prioritario nelle scuole di una seconda lingua nazionale, il sostegno di una terza lingua nazionale e la promozione di uno spazio nazionale plurilingue. Un modo per bloccare il declino di un idioma che ha risentito del rallentamento del flusso migratorio dall’Italia e dell’assimilazione dei figli degli immigrati, per i quali l’italiano non è più la lingua principale.