Crisi, Marini vede spiragli Forza Italia, patto col Pd?

Il premier incaricato si dice ottimista, Bertinotti lo gela: &quot;Niente pasticci, il passaggio intermedio a un governo tecnico sarebbe improprio&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=238930" target="_blank">E se adesso Berlusconi facesse un patto elettorale con Veltroni?</a></strong>

Roma - Ottimista? Ancora? Ebbene «sì», risponde pronto Franco Marini, certo, perché no. Il presidente del Senato santifica la domenica all’Aquila, con una visita al convento di San Giuliano, dove festeggia lo zio Gabriele, frate francescano, che compie 89 anni. L’esploratore, che ha avuto altri contatti informali con Gianni Letta, le sta provando davvero tutte. «Consigli? No, nessuno, Franco non ne ha bisogno - dice il religioso -. Mio nipote sa benissimo che cosa deve fare». Oggi la giornata decisiva, con l’incontro con Silvio Berlusconi. L’incaricato vuole «giocarsi fino all’ultimo minuto» la sua partita. Intanto, commenta, «ho avuto una pausa piacevole».
Chissà, si chiede Fausto Bertinotti, forse Marini «invece che al pessimismo dell’intelligenza sta giustamente facendo appello al gramsciano ottimismo della buona volontà». Ma da qui a sovvertire i pronostici ce ne corre. Anche il presidente della Camera se ne rende conto: «Lo spiraglio di cui lui parla è un accordo su una buona legge elettorale. Si farà la prova del budino. O ce la fa o scommetto che passera la mano con grande limpidezza». E dopo? Ci sarà un secondo tentativo, un governo tecnico? «Non credo - risponde -, un passaggio a un altro incaricato sarebbe improprio».

Dunque, «niente pasticci». «La legislatura - spiega Bertinotti - è chiaramente finita con il voto del Senato sulla fiducia a Romano Prodi. Ora siamo in una fase delicata, però da osservatore posso dire che la sola soluzione pulita è un accordo largo su legge elettorale e governo, che consenta una prosecuzione brevissima della legislatura per poter varare la riforma del voto. Non c’è un conflitto aperto su quando andare alle urne, perché in politica subito è tanto aprile quanto giugno, c’è la difficoltà di andare a votare con una cattiva legge che ripropone i mali di questa stagione o con una buona legge che, prima della crisi, aveva registrato degli spiragli di convergenza». In conclusione, nessuna forzatura, nessun diverso equilibrio, nessuna spericolata maggioranza di scorta. «Il comunicato con cui Marini ha assunto la responsabilità di questo percorso - dice ancora Bertinotti - non poteva essere più chiaro. Si prova a fare un governo se c’è un consenso attorno a una riforma elettorale e confondere questo con un elemento prodromico è inquinante. L’unico bivio è legge elettorale o elezioni».

«Se non ci saranno le condizioni - rivela Enzo Bianco, l’autore delle bozze di riforma che in questi giorni affianca Marini nelle consultazioni - l’intendimento del presidente del Senato è di rimettere velocemente il mandato nelle mani del capo dello Stato». E nemmeno Dario Franceschini, numero due del Partito democratico, si fa più troppe illusioni. «Ad oggi - sostiene il vice di Veltroni - le probabilità di successo dell’azione di Marini sono poche. Però c’è sempre la speranza che Berlusconi ascolti quello che chiedono gli italiani, cioè di cambiare prima le regole, come propongono la Confindustria, i sindacati e addirittura i vescovi. Quindi aspettiamo, perché il tentativo del presidente del Senato non è ancora finito. E non è vero che si sta cercando soltanto di allungare il brodo. Il tempo lo perderebbe il Paese andando a votare con questa legge elettorale che riprodurrebbe confusione, coalizioni frammentate, difficoltà a governare».

La palla è quindi al Cavaliere. «L’ottimismo è sempre necessario - afferma il socialista Roberto Villetti - ma se Berlusconi non avrà dei ripensamenti Marini di certo non cercherà di allungare inutilmente i tempi e prenderà atto con realismo che lo sbocco inevitabile della crisi è quello delle elezioni anticipate».

Per Lorenzo Cesa «il tempo ormai è scaduto: noi possiamo dirlo perché per due anni abbiamo chiesto ragionevolezza sulle larghe intese e tutti ci hanno risposto di no provocando la paralisi di oggi». Colpa, dice, principalmente del Professore «che non è stato determinato ma irresponsabile, presentandosi al Senato contro il parere di Napolitano e degli alleati impedendo così una successione a se stesso e sbarrando la strada al dialogo». Per le riforme bisognerà «aspettare la prossima legislatura».

Marco Pannella invece è di tutt’altro avviso: «Cos’è tutta questa fretta? Il presidente incaricato non deve fare una mera certificazione notarile ma deve proseguire nel suo tentativo con ragionevolezza e prudenza, lasciando tempo al Parlamento di articolarsi in nuove grandi maggioranze».