Crisi, Moody's declassa l'Italia E Tremonti ormai gioca da solo

Poche settimane fa c'era stato il downgrade fatto da Standard & Poor's. Ieri notte Moody’s ha tagliato il rating del­­l’Italia portandolo da Aa2 ad A2. Una
valutazione già scontata dal­lo spread dei titoli di Stato, ma che
comunque fa male. Nel pomeriggio il ministro dell'Economia aveva evocato il voto: "In Spagna lo spread va meglio perché hanno annunciato le elezioni". Poi, però, è corso a smentire

Roma - La decisione era nell’aria da tempo e alla fine è arrivata dopo quattro mesi di tentennamenti. Moody’s ha tagliato il rating del­­l’Italia portandolo da Aa2 ad A2. Una valutazione già scontata dal­lo spread dei titoli di Stato, ma che comunque fa male perché asse­gna al nostro Paese un’affidabilità finanziaria inferiore a quella di «piccoli» di Eurolandia come Slo­vacchia ed Estonia.

I tecnici dell’agenzia di valuta­zione di New York hanno confer­mato l’outlook negativo perché il nostro Paese è esposto ai rischi fi­nanziari connessi all’economia dell’Eurozona. Il rischio di default è considerato«remoto»,ma l’ope­razione- taglio è stata intrapresa perché, nonostante le misure dra­coniane adottate di recente, l’orientamento dei mercati nei confronti dell’area euro con eleva­ti debiti pubblici o alti deficit è ne­gativa. E ciò potrebbe causare pro­blemi di sottoscrizione dei titoli a grandi emissori come l’Italia che nel 2012 chiederà agli investitori oltre 200 miliardi di euro.

In particolare, la decisione è sta­ta dovuta a tre fattori: l’aumento della difficoltà di finanziamento delle istituzioni dell’area euro, l’ul­teriore peggioramento del conte­sto macroeconomico causato dal­la sua debolezza strutturale e l’in­ce­rtezzasulconsolidamentofisca­le previsto dalla manovra con il pa­reggio di bilancio per le difficoltà della situazione politica ed econo­mica. Il giudizio, come nel caso di S&P due settimane fa (taglio da A+ ad A), è soprattutto «politico». Gli esperti di Moody’s, infatti, consi­de­rano la bassa produttività e le ri­gidità del mercato del lavoro (pro­prio quelle denunciate dall’ad Fiat Sergio Marchionne) un osta­colo alla ripresa. L’Italia è un Pae­se­che non soffre una crisi del siste­ma finanziario, sono solide le ban­che e non sono troppo indebitati i cittadini. Ma per gli analisti non ba­sta: potrebbe mancare il consenso politico se altri tagli si rendessero necessari.

E proprio l’uomo che ha in ma­no le chiavi del Tesoro, Giulio Tre­monti, ieri ne ha combinata un’al­tra delle sue. Durante l’Ecofin in Lussemburgo sull’emergenza greca, il ministro ha spiegato a chi gli chiedeva come mai, nono­stante le manovre correttive e il peso dell’economia del Belpae­se, i titoli di Stato italiani siano considerati più rischiosi di quel­li spagnoli, che «dipende anche dall’annuncio di nuove elezio­ni» a Madrid. Un annuncio «che di per sé è una prospettiva di cambiamento e quindi un’aper­tura al futuro».

L’equazione «voto uguale cre­dibilità agli occhi dei mercati» è stata inevitabilmente applicata al governo italiano, anche per­ché le pagine politiche degli ulti­mi giorni si sono concentrate proprio sulle opposizioni che, dopo vari tentennamenti, han­n­o deciso di chiedere elezioni an­ticipate in nome dell’emergen­za economica e politica.

Di precisazioni ne sono arriva­te tre. Prima lo stesso ministro ha spiegato: «Dicevo così per di­re in realtà la differenza fra gli spread» sui titoli di debito italia­ni e spagnoli «dipende da tante cose». Poco dopo lo staff di Via XX Settembre ha aggiunto che «il riferimento agli spread spa­gnoli era ed è di conseguenza esclusivamente relativo alla Spa­gna e non all’Italia». Infine, Tre­monti è tornato a spiegare che «non stavo parlando di politica interna». Smentite andate a vuo­to.

Dall’esecutivo sono arrivati tanti mugugni lontani dai micro­foni e una censura esplicita, quella di Renato Brunetta. Il re­sponsabile della Pubblica ammi­nistrazione ha liquidato quella di Tremonti come una gaffe, ma non per questo ha fatto sconti al collega economista e ministro. «Ogni tanto anche i professori se­ri come Tremonti dicono qual­che stupidaggine». È vero. Ogni tanto capita. Forse troppo spesso.