Crisi di nervi per la coppia in cella: fateci uscire, un altro il killer di Meredith

Notti da incubo in carcere per lo studente pugliese Raffaele Sollecito e la fidanzata americana Amanda Knox. Piangono e si disperano. Mentre il musicista congolese resta muto

Perugia - La notte a disperarsi, la mattina a piangere, arrovellandosi il cervello pieno di brutti pensieri. Ventiquattr'ore nell'inferno del carcere di Capanne per i tre presunti killer di Meredith. Separati, guardati a vista. I maschietti di qua, in celle singole nel reparto penale. La giovane statunitense 200 metri più in là, in una stanza lasciata libera apposta per lei nel reparto femminile. Il terzetto ha trascorso ore da incubo, per come l'ha raccontata il vicedirettore del carcere al consigliere de «La Destra», Aldo Traccheggiani, in visita di routine nel penitenziario perugino: «Dall'entrata in carcere ognuno si è professato estraneo al delitto, ma dopo un primo impatto terribile con l'isolamento, trascorsa la notte si sono tutti leggermente calmati. Hanno passato ore a versare lacrime e ad urlare». La conferma arriva, direttamente, da chi è stato più a contatto con Amanda, Raffaele e Diya, detto Lumumba: si tratta del personale della polizia penitenziaria, dei medici, degli psicologi.

Il più fermo, risoluto a combattere per dimostrare la sua innocenza, è sembrato Raffaele Sollecito. «Sono innocente, non avrei mai potuto fare quel che mi addebitano. Mai avrei potuto anche solo avallare un simile atto così lontano dai miei principi, da come sono fatto. È una storia che non sta in piedi, almeno per quanto mi riguarda. Devono capirlo, io in prigione non ci voglio stare, non ci devo stare, voglio uscire subito. Io quella sera non c'ero».

L'ingresso in carcere è stato uno shock anche per Amanda Marie Knox che da quando ha varcato la porta della galera umbra urla ininterrottamente la sua innocenza: «Non c’entro niente. Sono finita in un meccanismo più grande di me, non possono pensare che sia io l'assassina, che mi sia inventata tutto. Io a Meredith volevo bene, forse mi sono un po’ confusa nel raccontare le cose ma sono assolutamente estranea al delitto». Tra singhiozzi e sospiri, Amanda, la ragazza che ha mentito e che potrebbe mentire ancora e crollare definitivamente da un momento all'altro - che peraltro ha fatto marcia indietro solo quando il fidanzato ha smontato la sua versione - si è detta certa «che la verità verrà presto fuori». Perché lei, ha aggiunto, ha avuto solo la sfortuna di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato. Chi l'ha vista piangere non l'ha però sentita fare il nome di Patrick, o Diya o Lumumba, comunque lo si voglia chiamare il presunto violentatore-assassino, nipote del carismatico leader della liberazione del Congo dal Belgio. Un soliloquio ininterrotto, il suo. Mozziconi di frasi intervallati da lacrime e singulti. «A Meredith piaceva tanto stare con gli amici. Era molto felice, sempre sorridente, gioviale, amava la vita. Era una ragazza buona, buona, buona».

Impatto durissimo con la realtà del carcere anche per l'«animatore nero» delle notti perugine, Patrick. Sguardo fisso nel vuoto, mani intrecciate nei capelli arricciati. Nessuno ha dormito né dormirà. Troppi incubi.