LA CRISI NON È COLPA DEL BIPOLARISMO

Ieri hanno dominato la scena i due «grandi vecchi» del bipolarismo italiano. Berlusconi per rilanciarlo esplicitamente e rispondere agli alleati, dopo le divaricazioni e le divisioni delle ultime settimane. Prodi per tirare un sospiro di sollievo, dopo i tormenti dell'ultima crisi, e per aggrapparsi alla nuova ciambella di salvataggio, la riforma elettorale, magari con anni di discussioni. Evitando naturalmente il referendum. Quindi, tempi infiniti.
Sentendoli, è riapparsa l'Italia bipolare, quella che il dibattito politico quotidiano sta progressivamente sfilacciando. Il presidente del Consiglio è impegnato nell'ennesimo tentativo di sopravvivenza, cioè il tentativo, un po' disinvolto, di cambiare la natura del governo che guida: da espressione di una coalizione che ha vinto per un pugno di voti in un esecutivo super partes, che riesca a tessere un accordo per cambiare le regole. Naturalmente, si guarda bene dal dire la soluzione che preferisce, anche perché i primi problemi si aprirebbero in casa sua. Berlusconi ha invece scelto la trasparenza della polemica, quella che si chiama «battaglia politica», entrando nel merito delle divaricazioni aperte nel centrodestra, per salvare un patrimonio, in una situazione che corre il rischio di impantanarsi.
Il fallimento dell'Unione, consumatosi in questi mesi, ha già provocato un logoramento del sistema politico e si è scaricato anche sull'altro schieramento. Il logoramento si accentuerebbe se si trascinasse all'infinito la discussione che non è tanto su una nuova legge elettorale quanto, appunto, sul superamento del bipolarismo. L'anomalia italiana, quella di avere al governo un’alleanza che va dagli estremisti vetero e neo-comunisti fino a Mastella e Follini, verrebbe così fatta pagare all'intero Paese.
Per questo solo tempi rapidi, anzi rapidissimi, possono essere concessi all'esame della riforma possibile: per capire se si può andare a un cambiamento sostanziale - al centro della discussione c'è il «modello tedesco» - oppure solo a modifiche della legge in vigore.
Se si vuol scegliere il «modello tedesco» occorre però dare risposte nette ad alcune domande preliminari. Davvero l'Italia non è più un Paese bipolare quanto a valori di riferimento, al ruolo internazionale, alla visione del rapporto tra Stato e cittadini? Davvero si è esaurita la stagione che stiamo vivendo da tredici anni? O sono piuttosto partiti e leadership a non aver saputo interpretare al meglio la democrazia dell'alternanza? Non si arriverà ad una legge elettorale efficace senza prima affrontare questi problemi di fondo.
Poi se, come sembra, la scelta deriverà da ragioni tattiche e contingenti, se per Fassino e Rutelli sarà l'occasione di liberarsi di Bertinotti e Diliberto, oltre che di Prodi, e se per Casini sarà la tecnica per materializzare la visione del «grande centro» pensando al dopo-Berlusconi, allora il rischio concreto è quello di finire in un pantano.
Meglio quindi tempi stretti, senza concedere alibi alla gestione fallimentare dell'Unione. In pericolo è un bipolarismo non solo politico, quanto di valori, di culture, di visioni dell'Italia e del mondo.