«La crisi non turba l’anima»

Diploma su diploma (in tutto sei), concerto su concerto (3.500), tournée su tournée (in 60 Paesi), Giorgio Gaslini ha costruito una carriera con pochi pari. Un’attività lunga 64 anni, avviata nell’immediato secondo dopoguerra, in un’Italia tutta da ricostruire. Ora, a un soffio dagli ottant’anni (il 22 ottobre), si potrebbe anche pensare a un bilancio di carriera per questo pianista, direttore, compositore di jazz, classica e colonne sonore (del film Profondo Rosso di Dario Argento, ad esempio). Macché. L’icona del jazz italiano non ne vuol sapere, è troppo proiettato in avanti, immerso nell’azione. Termine, quest’ultimo, che non manca mai in una conversazione con Gaslini. Perché in lui, la fantasiosità e l’ardore dell’artista convivono con lo spirito di concretezza del lombardo d'antan, dell'uomo che ha perlustrato il mondo, ma è sempre tornato nella sua Milano. Va a Giorgio Gaslini l’edizione 2009 del Premio Milano per la Musica; il suo nome segue quelli di Carlo Maria Giulini, Carla Fracci, Ennio Morricone, Maurizio Pollini, Uto Ughi. La consegna è oggi, ore 11, in apertura dell’ultimo dei Concerti della Domenica, al Teatro Filodrammatici (suona l’Ensemble Duomo).
In un’intervista, spiegava che lo slancio vitale, alla Bergson, ha determinato la sua esistenza: anche ora, in tempi di crisi?
«Ora più che mai. È un soffio che anima le azioni le quali prendono la forma della bellezza poi percepita dal pubblico. Non che un artista sia immune dal turbine di una crisi, ma non per questo perde la sua anima».
Vede slancio nella Milano d’oggi?
«Giusto un barlume, in settori come quello edilizio. Ma è uno slancio mercantilistico».
Cosa ci dice del jazz del Duemila?
«Che è svincolato da linee stilistiche forti, vive attraverso personalità singole e non più movimenti. E la cosa non mi dispiace».
Milano e il jazz...
«Milano offre dei concerti interessanti. Il Blue Note è una proposta all’americana, nel senso che si ascolta musica e si mangiucchia. Un jazz food che non serve né al jazz né al food. Preferisco vedere la gente che va a teatro determinata ad ascoltare».
E festival come l’Umbria jazz?
«Lo preferivo una volta. Anche lui s’è americanizzato».
Su che fronti è impegnato ora?
«Ho sempre i miei concerti, poi compongo. Sto finendo di scrivere un Concerto per due pianoforti e orchestra, per esempio».
Quanti concerti fa all’anno?
«Tendo a stare sotto i cento, se raggiungo i trenta, tanto meglio».
Festeggiamenti per gli ottant’anni?
«Mi hanno minacciato di celebrarli, io però non voglio. Preferisco un concerto di musica nuova. Quando ti celebrano a quest’età, è come se ti dicessero: “Sei stato bravo, ma ora togliti dalle palle”».
In questi ottant’anni l’Italia ha conosciuto profonde trasformazioni. Lei come le ha vissute? E come vive l’Italia dell’oggi?
«Ho cercato di dare risposte facendo musica, e sono sempre stato fedele a me stesso. Oggi in Italia c’è un movimento sotterraneo di cultura, sotto la cenere brucia un nuovo Rinascimento. Vedo migliaia di giovani, e non solo, andare a meeting di letteratura, di filosofia. I mass media non ne parlano, ma questo movimento esiste».
Ha portato il jazz in tutto mondo. Ed è appassionato di viaggi. Quali Paesi continuano ad affascinarla?
«Quelli asiatici: in ordine, Birmania, Vietnam, India e Cina. Se potessi, mi trasferirei in Birmania. In India ci sono cervelli che fanno paura. Poi trovo interessantissima l’Africa».
E l’Europa?
«Ha fatto tutto quello che c’era da fare. Ora deve fare i conti con lo slancio asiatico e, prossimamente, dell’Africa».
Quando siede al pianoforte, cosa suona per sé, per diletto?
«Bach».
Un’opinione sul fenomeno Giovanni Allevi.
«È una pop star, lui stesso l'ha dichiarato. Ha imparato da Jovanotti, applica talento e intuito a certe cose... E gioca sul facile. Sbagliato sparargli addosso o, all’opposto, esaltarlo. So che per me ha una sorta di venerazione, presentandosi mi disse: “Lei ha aperto la strada a tutti noi”».