La crisi raddoppia i clienti al Monte di Pietà

Nel 2008 è stata impegnata merce per 21 milioni di euro, nei primi 5 mesi del 2009 cresciuti a 23

«Ma cos’è questa crisi?» canticchiava all’inizio degli anni ’30 Rodolfo De Angelis, poeta, pittore e musicista futurista. Che subito suggeriva: «Cavi fuori il portafogli/ metta in giro i grossi fogli/ e vedrà.../ che la crisi finirà!». Fosse facile. E così, per mettere in giro dei «grossi fogli» c’è chi ricorre ancora al Monte di Pietà. Fondato da Ludovico Sforza nel 1496, rilevato dalla Banca Regionale Europea e tuttora attivo in viale Certosa 94. Dove si mettono in fila sempre più milanesi. Il valore delle merce impegnata è aumentata infatti progressivamente del 5 per cento negli ultimi anni: da 17.6 milioni del 2005 a 18.6 del 2006, a 20 del 2007 e 21 del 2008. Fino ai 23 milioni di quest’anno, pari a un più dieci per cento rispetto al 2008.
«Il meccanismo è semplice - spiega Ivano Caldera, direttore del Monte - basta portare oro oppure orologi preziosi, lasciare un documento di identità e si esce nel giro di un quarto d’ora con il contante da rimborsare dopo sei mesi con un interesse del 5.5 per cento». Quanto contante? Dipende. L’oro lavorato, collanine, anelli, bracciali, viene pagato sei euro al grammo, nove se il monile è di un certo pregio. Gli orologi di un certo pregio vengono quotati tra il 10 e il 20 per cento del listino.
Oddio non è sempre stato così. Fino agli anni ’80 venivano accettati anche i «pegni diversi»: lenzuola, televisori e biciclette. E ancora fino agli anni ’90 le pellicce. Ed è effettivamente così facile presentarsi al Monte che molti milanesi lo usano come «cassetta di sicurezza». Se hanno oggetti preziosi in casa, prima di un viaggio invece di rivolgersi a una banca, si presentano in viale Certosa. Il loro «tesoro» è al sicuro e, invece di pagare, incassano contante da rimborsare in qualsiasi momento. Presentandosi prima del semestre, si paga una «penale» dell’1 per cento più una frazione del famoso 5.5 per cento. Il sistema era particolarmente in uso fino agli anni ’90 quando ai primi tepori, le signore portavano la pelliccia a un costo nemmeno paragonabile a quello delle ditte specializzate in custodia.
Ottenuto il prestito si hanno dunque sei mesi per restituire i denari, con la possibilità di proroga di altre sei mesi, rinnovabile pressoché all’infinito, pagando però ogni volta il 5.5 per cento. E se uno non ce la fa proprio ahimé si arriva alla vendita. Si manda all’incanto l’oggetto che solitamente viene venduto, vista la bassa valutazione iniziale, almeno al doppio del prestito. In questo caso la banca trattiene capitale, interessi, mora e diritti d’asta e versa il resto al cliente. Eventualità piuttosto rara: di solito vanno in vendita meno del 5 per cento degli oggetti pignorati: circa 1.500 sui 32mila mediamente custoditi in caveau. La banca ha tutto l’interesse a rinnovare l’impegno e persino ad «aspettare» i clienti.
Clienti in costante aumento. «Ma almeno da tre o quattro anni» puntualizza ancora Caldera facendoci scoprire come la «crisi» forse era iniziata prima che esplodesse sui mercati finanziari americani. «Noi infatti abbiamo registrato dal 2005 un incremento del giro d’affari di cinque punti all’anno fino al 2008, con un’impennata finale del dieci per cento negli ultimi 12 mesi». E Caldera si mette a sciorinare dati: il valore delle merce impegnata nel 2005 era infatti di 17.6 milioni, cifra salita progressivamente ai 21 nel 2008 e infine ai 23 milioni nei primi cinque mesi del 2009. Insomma, in attesa di sapere cosa sia, almeno ora siamo sicuri che la crisi c’è. Anche se sempre De Angelis precisa: «Lasci stare il gavazzare/ cerchi un po’ di lavorare/ e vedrà.../ che, la crisi, finirà!».