Crisi? Scarse idee e poche marche importanti

È indubbio che il momento economico del Paese, e quindi di tutti i suoi settori industriali, sia delicato. E questo non poteva certo escludere quello dell'arredamento, un settore merceologico anzi, che da diverso tempo e forse con qualche anticipo, ha percepito la difficoltà del percorso e dei tanti ostacoli che si affacciano via via e molto spesso si sovrappongono creando i problemi di ardua soluzione. Da una parte il produttore, che vede un mercato italiano stagnante e riottoso all'acquisto, da una parte i progettisti che imperterriti seguitano a proporre articoli della più diversa specie, dall'altra i rivenditori che pur impegnandosi, nella maggior parte dei casi, raccolgono un numero limitato di ordini. Così l'esportazione è vista come sbocco naturale e considerata la panacea di tutto, molte volte trascurando i fatti organizzativi, di marketing, di penetrazione e di strutturazione che questa richiede. Non basta la partecipazione a Fiere e mostre, che d'altra parte si vanno riducendo per importanza e incisività e che dall'altra richiedono un impegno economico sempre più forte e che obbliga quindi a selezionare e scegliere con il giusto criterio. Quello che si va affermando sempre più sta nel fatto che sono davvero due le soluzioni ai problemi. Da una parte la necessità che le aziende che sono effettivamente una "marca" in questo settore, cosa che è stata trascurata e sottovalutata negli ultimi anni in favore del solo fatto creativo del prodotto, moltiplicatosi in maniera tale da essere oggi completamente omologato e quindi datato e per di più troppo facilmente riproducibile, esponendosi alla battaglia dei prezzi e della concorrenza esasperata che viene da ogni parte del mondo. Quanto alla mancanza di idee ben precise, e ciò non è certo solo nel campo del mobile ma lo è nell'arte, della musica, nella poesia, nella letteratura e nella cultura in generale, una causa sicura è quella che i designer e i progettisti che abbiamo avuto nei decenni passati, con la loro qualità e il loro valore non esistono praticamente più. È il trionfo delle riedizioni, delle masticature, di una infinità di cose che forse una volta soddisfavano effettivamente dei bisogni, e oggi non soddisfano più nessuno. Dall'altra il declino di una classe industriale, non più capace di rinnovarsi.