La crisi in tre mosse

Una strana sensazione aleggia attorno alla guerra fra Israele e il Libano. È la sensazione che questa nuova crisi sia sfuggita di mano come quella fra Austria e Serbia dell'agosto 1914 che condusse a un'immane tragedia internazionale. La storia non si ripete e per quanto a nessuno sfugga la gravità della crisi e il concatenamento di interessi fra Hamas-hezbollah-Iran faccia temere il peggio ci sono elementi che - visti dal versante israeliano - fanno credere che Gerusalemme non abbia perduto il controllo degli eventi e soprattutto dei suoi generali.
Il primo è il fatto che la crisi col Libano provocata dagli hezbollah con la cattura di due soldati israeliani e l'uccisione di altri 10, abbia distolto l'attenzione dalla crisi di Gaza provocata dal rapimento di un altro soldato e dall'intensificarsi del lancio di missili contro Israele. Fra le due crisi c'è uno stretto legame politico voluto da Teheran proprio per ostacolare i contatti fra Israele e il presidente palestinese Abu Mazen che stanno segretamente riprendendo dopo la disponibilità israeliana allo scambio di prigionieri. Secondo elemento: Israele non cerca lo scontro con la Siria per non aprire un nuovo fronte ma nella speranza che Damasco, per motivi di debolezza interna e di ricerca di prestigio internazionale, diventi un possibile mediatore nella crisi libanese. Un segno in questo senso è dato dall'ambasciatore siriano a Londra che ha chiesto agli hezbollah di cessare il lancio dei missili.
Terzo elemento: il premier Olmert, uomo moderato del Likud ma non certo una colomba, mira anzitutto a ripristinare in queste due crisi la capacità di deterrenza israeliana che le tattiche di Hamas e di hezbollah hanno minato. Non perdona ai suoi predecessori di non aver reagito con forza alla prima presa di ostaggi da parte degli hezbollah dopo la ritirata israeliana dal Libano nel 2000. Una debolezza che ha fatto alzare il prezzo politico del mercanteggiamento per la restituzione dei soldati catturati e dato agli hezbollah la convinzione di aver a che fare con un governo post Sharon debole. Olmert mira a distruggere le basi degli hezbollah, bloccando con i bombardamenti dell'aeroporto e delle vie di comunicazione con la Siria il trasferimento dei soldati catturati all'estero. Esitava tuttavia a colpire il quartier generale dei guerriglieri situato nel cuore della capitale libanese. Il lancio di due missili su Haifa (di cui gli hezbollah hanno negato la responsabilità) gli hanno offerto l'occasione per farlo.
Questo sembra aver scosso la sicurezza del «partito di Dio» unitamente alle critiche mosse contro di lui al Parlamento libanese. Il segno di un possibile contenimento della crisi a seguito di un cessate il fuoco richiesto dal governo di Beirut, sarebbe il ritorno dell'esercito libanese (come chiede Israele) nel sud del Libano. È lo scopo che anche la diplomazia internazionale persegue alle spese dei due bracci armati dell'Iran (Hamas e hezbollah) in Israele e nel Libano ma che Teheran potrebbe considerare uno scacco inaccettabile nel momento in cui la questione nucleare iraniana sta per essere portata al Consiglio di Sicurezza.