Crisi tra Usa e Turchia per gli armeni

L’iniziativa della democratica Pelosi. Il presidente turco Gül: «Inaccettabile». Bush cerca di ricucire lo strappo con l’alleato

Ultima carica della Vecchia Guardia per scongiurare all’ultimo momento un evento imprevisto, anche se non imprevedibile, che minaccia di rovinare le relazioni fra l’America e uno dei suoi più vecchi e preziosi alleati, con conseguenze anche militari. Rischia di scoppiare, infatti, una crisi fra Washington e la Turchia, confinante con tutti i «bersagli» della «deterrenza» e delle possibili «guerre preventive» di George Bush: l’Irak, l’Iran, la Siria. Tre focolai di crisi del XXI secolo, investiti oggi dalla vampa della prima grande guerra del Novecento. Novant’anni dopo, l’eccidio degli armeni in Turchia introduce una incognita in più nel gioco inafferrabile del Medio Oriente.
All’origine immediata una risoluzione presentata da Nancy Pelosi, presidente della Camera e fortemente spalleggiata dalla maggioranza democratica, che chiede che anche negli Stati Uniti sia promulgata una legge che bolla quella tragedia come genocidio ed esprime una condanna senza attenuanti, sulla falsariga di quanto già deciso dal Parlamento francese, che ha inoltre rubricato come reato la «negazione» di quel massacro e dei suoi parametri di genocidio. L’opinione pubblica turca ha reagito male. Ieri ci sono state manifestazioni ostili davanti all’ambasciata Usa ad Ankara e il governo ha lanciato moniti all’America. Se ne è fatto latore Egemen Bagis, il più fido consigliere della politica estera del primo ministro Taiyyp Erdogan. La sua richiesta: che la Pelosi blocchi all’ultimo momento la risoluzione o almeno la rinvii sine die.
In caso contrario il governo di Ankara sarebbe costretto a «ridurre il sostegno logistico alle truppe americane in Irak» e a considerare con aumentato allarme gli sviluppi della questione curda. Senza contare che il governo turco potrebbe approfondire i legami con Teheran, allentare la sua pressione economica sulla Siria e ritrarsi dalle buone relazioni con Israele. Quasi un ultimatum alla Superpotenza da parte di un Paese che fin dalla fondazione della Nato è stato un baluardo dell’alleanza e degli interessi americani ai confini con il Medio Oriente e, allora, con l’Urss. Persino il presidente turco Abdullah Gül ha definito «inaccettabile» il documento: parole pesanti come pietre.
La Pelosi non si è però lasciata impressionare e ha ribadito di appoggiare la risoluzione «che suonerà come monito ai fanatici e ai dittatori in ogni parte del mondo». Son così dovuti intervenire di persona il presidente Bush, il segretario di Stato Condoleezza Rice e quello della Difesa, Robert Gates. Il capo della Casa Bianca ha esortato il Congresso a non approvare la risoluzione: non è la risposta giusta al massacro, ha affermato, pur dicendosi dispiaciuto per le sofferenze subìte dal popolo armeno. Un sì del Congresso, ha affermato Bush, causerebbe «danni considerevoli» ai rapporti tra Ankara e Washington. Un’approvazione dei congressisti, ha commentato la Rice, «sarebbe problematica per tutto ciò che tentiamo di fare in Medio Oriente». E Gates ha ammonito: «L’accesso alle basi aeree, alle strade e ad altro in Turchia verrebbe messo a rischio se la risoluzione passasse». Il richiamo agli interessi superiori degli Usa, della pace e della stabilità è stato fatto proprio anche da esponenti delle passate amministrazioni, da Madeleine Albright, ministro degli Esteri di Clinton, a George Shultz, che ricoprì la stessa carica nell’amministrazione Reagan, con l’aggiunta di Colin Powell, che servì come segretario di Stato nel primo quadriennio di Bush e che, visti inascoltati i suoi moniti a proposito della spedizione in Irak, è diventato uno dei critici più avveduti e più seguiti della politica estera del presidente.