Il cristianesimo non dev’essere una religione civile

Appena uscito l’ultimo libro di Enzo Bianchi, fondatore e priore della Comunità monastica di Bose, mi è stato proposto un dibattito con l’autore: ma cosa andrei a dibattere, se sono d’accordo con lui su quasi tutto? La differenza cristiana (Einaudi, pagg. 120, euro 8) si pone il problema del confronto fra il cristianesimo - diventato da noi cattolicesimo - e il mondo laico. Bianchi parte dalla convinzione che fuori dalla Chiesa «non c’è solo barbarie e vuoto di principii», ma che d’altro canto la chiesa possiede «un patrimonio di sapienza umana e spirituale» che non deve rimanere confinato «negli spazi del culto privato o nei convincimenti di una setta, per quanto influente». Bianchi non nega che, nei troppi secoli di potere temporale dei Papi, si è giunti a voler dare a Dio quel che spettava a Cesare, ma rivendica la dimensione sociale delle religioni, che dunque non possono essere relegate a un semplice fatto privato. E siamo d’accordo.
Il priore di Bose, non a caso, si rivolge soprattutto a quei credenti che negano la possibilità di un’etica a chi credente non è; quei credenti sempre tentati da «forze politiche» che vogliono che la Chiesa assuma una posizione di rilievo o addirittura dominante nella vita civile. Bianchi sa bene che, quando ciò accade, la Chiesa perde la memoria eversiva del Vangelo. Dunque «il cristianesimo appare minacciato nel suo specifico» dai quei suoi stessi credenti che vogliono farne una religione civile, capace di dare un’anima alla società laica e di essere il collante di diverse forze politiche. Ma così, obietta, la fede scade a morale comune, diventa un progetto politico: «Così si costringe la chiesa, nei criteri d’intervento e nei metodi, alla logica della lobby, del gruppo di pressione, e si rischia di offuscare la sua forza profetica e la sua trasparenza di serva del Vangelo». Come dargli torto?
Siamo d’accordo anche sulla laicità, che non può essere ideologia, ma deve essere capace di un confronto democratico con i credenti e con le loro istanze «etico-antropologiche». Anch’io sono tra quei laici «che si interrogano assieme ai credenti sul perché del male, della vita e della morte» e che hanno «una passione per l’umanizzazione e la qualità della vita collettiva». Ma, caro Bianchi, scendendo al concreto con un esempio: il no della Chiesa al profilattico, sempre e comunque, è un’istanza etico-antropologica o un precipitato storico di una fede immutabile e autoritaristica?
Pur non scendendo in questi «dettagli», Bianchi pone, a metà del suo denso ma semplice scritto, la domanda che anche molti laici pongono alla Chiesa: «I cristiani dovrebbero chiedersi come mai, pur essendo più di un miliardo (un cristiano ogni cinque abitanti del pianeta), la loro fede appare così poco eloquente e così poco seducente per gli uomini e le donne di oggi. Non è anche per un difetto di coerenza tra quello che i cristiani predicano e quello che vivono?». Il priore di Bose si dà da sé la risposta: «Quando i cristiani manifestano sfiducia nella forza evangelica propria dell’umiltà cristiana e dell’inermità della fede, quando progettano una “religione civile” cercando di instaurare presidi e tentando alleanze strategiche con chiunque offra un appoggio alla forza di pressione cristiana nei confronti della società, allora confondono la chiesa con il regno di Dio, progettano una cristianità che appartiene al passato, che non può essere risuscitata e che, soprattutto, contraddice la buona notizia di Gesù».
Del resto fu il Concilio Vaticano II a decretare che «la Chiesa non desidera affatto intromettersi nella direzione della società terrena». E, sulla stessa linea, alla fine del 2002 la Congregazione per la dottrina della fede (ovvero l’attuale papa Benedetto XVI) ha ribadito che «non è compito della Chiesa formulare soluzioni concrete - e meno ancora soluzioni uniche - per questioni temporali che Dio ha lasciato al libero e responsabile giudizio di ciascuno». Ma i credenti più tentati dalla politica, e la Chiesa stessa, sono sempre coerenti con questi princìpi? Non mi sembra proprio. E non a caso Bianchi scrive «chiesa» con la minuscola perché la vede come comunità di uomini, mentre io uso la maiuscola perché sono costretto - dai fatti - a vederla anche come Chiesa-Potere.
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