Cristiani d’America in rivolta «Difendiamo il nostro Natale»

Nello scalo di Seattle i dipendenti si tassano per acquistare piccoli abeti pieni di addobbi

Guai a voi nemici del Natale! Avete voluto la guerra e l'avete ottenuta. Preparatevi a perdere. I difensori di Gesù Bambino, Babbo Natale e del presepe quest'anno, sono usciti dalle trincee e sono sul piede di guerra. Accade negli Stati Uniti dove le associazioni religiose conservatrici hanno deciso che non vogliono vergognarsi di celebrare la più gioiosa delle feste cristiane: la nascita del Dio che si fa uomo. E hanno scatenato una controffensiva su larga scala per restituire al Natale il suo significato originario.
Ultima frontiera, riconquistata con successo, è quella dell’aeroporto di Seattle, dove qualche giorno fa sono tornati gli alberi di Natale. Erano stati rimossi dopo che un rabbino aveva protestato perché le decorazioni festive non includevano anche un Menorah, un candelabro a sette braccia, simbolo della festa di Hannuka. I dirigenti del Seattle-Tacoma International Airport, temendo una azione legale da parte del rabbino, avevano rimosso in fretta e furia i 15 alberi di Natale che decoravano i terminal dell'aeroporto. Scatenando una valanga di polemiche.
Quel che i dirigenti non si aspettavano era la reazione della gente: dipendenti e clienti. I dipendenti di numerose compagnie infatti si sono tassati per acquistare mini-alberi di Natale da esporre ai banchi del controllo biglietti. Mentre il rabbino Elazar Bogomilsky ha ricevuto fiumi di posta: poche le lettere di plauso, moltissime quelle piene di risentimento. E intanto, O'Reilly Factor, una delle più seguite trasmissioni televisive del canale Fox News, dichiarava aperta la «Guerra del Natale» a Seattle. Trasformando un piccolo episodio locale in una questione di rilevanza nazionale. Tanto che, alla fine, le autorità aeroportuali hanno preferito fare marcia indietro. E i quindici alberi di Natale sono tornati nei terminal dell'aeroporto, accolti da grandi applausi.
Non è stato solo l'aeroporto di Seattle a capitolare. Sotto il fuoco incrociato delle proteste mediatiche e del vero e proprio boicottaggio, anche alcune grandi catene di negozi e grandi magazzini stanno «riscoprendo» il Natale. Accade così che persino Wal-Mart, la più importante catena americana, abbia deciso di fare marcia indietro sulla propria politica natalizia degli ultimi tempi. Da quest'anno i commessi hanno di nuovo il permesso di augurare ai clienti Buon Natale e non saranno più costretti ad utilizzare per forza la ben più neutra formula «Buone Feste». Per dimostrare che il cambiamento è netto, la parola Natale farà di nuovo la parte del leone nelle pubblicità festive della Wal-Mart.
Ma chi o che cosa ha convinto i dirigenti di Wal-Mart ha compiere questo passo indietro? Lo spiega Donald E. Wildmon, presidente dell'Afa (American Family Association), un'organizzazione americana a sostegno del valore della famiglia che conta più di due milioni di iscritti: a far breccia nel cuore (e nel bilancio) della Wal-Mart è stato il boicottaggio. Wal-Mart infatti era stata una delle prime catene a instaurare una politica natalizia improntata al laicismo più assoluto, vietando persino ai commessi il tradizionale saluto natalizio, «Merry Christmas». Subito era scattata una petizione della Afa che in poco tempo ha raccolto quasi un milione di firme, conquistando grande risonanza su giornali e tv. Chiedeva il rispetto per il Natale e consigliava ai consumatori cristiani di fare acquisti altrove. Una minaccia che i dirigenti di Wal-Mart hanno ritenuto evidentemente credibile e pericolosa per gli affari.
Non è invece ancora capitolata un'altra delle grandi marche americane: il gruppo Gap che comprende, oltre agli omonimi negozi sparsi in ogni centro commerciale della nazione, anche i marchi Old Navy, Banana Republic, Forth & Towne and Piperlime. La politica del gruppo prevede infatti il divieto assoluto di utilizzare la parola Natale nelle vetrine e nelle pubblicità. Ed è finita per questo, dopo Wal-Mart, nel mirino dell'Afa. La petizione che è ancora disponibile on line per chi volesse firmarla (www.afa.net) e recita: «I negozianti come Gap vogliono i soldi del tuo shopping natalizio, ma rifiutano di riconoscere la ragione delle feste di Natale. I cristiani celebrano con il Natale la nascita del Cristo. Ma queste imprese ritengono non appropriato il pubblico riconoscimento della nascita di Cristo. Perché? Perché una minoranza di persone potrebbe sentirsi offesa. Boicottateli». La raccolta delle firme - pare - va avanti con discreto successo. Ancora mancano reazioni ufficiali da parte del gruppo Gap.
La guerra del Natale, insomma continua. Ma quest'anno sembra cominciata la riscossa dei sostenitori dell'anima religiosa della festa. Eppure sono ancora molti i nemici del Natale. Almeno secondo quel che racconta John Gibson, popolare giornalista di Fox News, che alla «Guerra contro il Natale» ha dedicato persino un libro (The War on Christmas). Dove racconta che la situazione è peggio di quel che sembra. Per esempio, in Illinois, ai dipendenti statali è proibito pronunciare le parole «Buon Natale» sul posto di lavoro; nel Rhode Island pubblici ufficiali hanno proibito ai cristiani di partecipare al progetto pubblico per la decorazione del prato di fronte al municipio, mentre una scuola del New Jersey ha proibito persino la versione strumentale delle tradizionali canzoni di Natale e in Arizona un preside ha proibito ad un allievo di menzionare in alcun modo la storia religiosa del Natale in un compito scolastico. Sono tutti esempi presi dalle minute delle cronache locali. Esempi che, ormai, anche nella cattolicissima Italia si trovano a bizzeffe.