Cristina di Svezia, la regina in cinturone e stivali

Ereditò il regno in piena Guerra dei Trent’Anni e abdicò, ventottenne, nel 1654

Cristina, chi era costei? Sulla regina di Svezia che nel 1654 rinunciò al trono e ventottenne giunse a Roma dopo aver abbracciato la fede cattolica, si sono interrogati a lungo non solo gli storiografi ma anche gli storici del costume. Senza mai pervenire a un’interpretazione esaustiva di un personaggio la cui ambiguità ha favorito le interpretazioni più azzardate.
A cominciare da Alexandre Dumas e August Strindberg che, nei drammi a lei dedicati, non trovarono di meglio che sottolinearne l’instabilità. Contraddittoria al punto, secondo l’autore dei Tre moschettieri, «da mutar parere da un momento all’altro come fanno in cielo i cirri al minimo soffio di vento». Per non parlare di Hollywood e di Broadway, dove sia un regista come Reuben Mamoulian sul grande schermo, sia Ruth Wolf, decana del dramma in costume sul palco, scelsero prudentemente la via della consacrazione. Il primo nel celebre film della Garbo dove Greta abbandona il potere per amore e la seconda nella pièce dal titolo Confessione scandalosa, dove la regina castamente subisce le attenzioni del legato papale Azzolino.
Per fortuna, a fugare qualsiasi dubbio sulle discutibili gesta dell’ultima erede dei Vasa oggi contribuisce il bel libro di Veronica Buckley Cristina, regina di Svezia (Mondadori, pagg. 408, euro 19). Dove apprendiamo con stupore che la Svezia agli albori del Grand Siècle, al di là del culto vichingo della guerra e della sete di dominio, lasciava molto a desiderare quanto a cultura. Molti funzionari locali non sapevano nemmeno scrivere il loro nome mentre la sola università, quella di Uppsala fondata dal padre di Cristina, Gustavo Adolfo, vent’anni dopo l’inaugurazione contava solo nove studenti nelle facoltà di storia, giurisprudenza e medicina. Comunque fosse, a quella bambina dai grandi occhi azzurri e dal mento aguzzo che, tra altri orribili difetti, poteva contare su una dentatura simile alle zanne dei lupi, su una spalla asimmetrica per via di una catastrofica caduta e sulla modesta statura di un metro e cinquantadue centimetri, non mancava, oltre a uno stupefacente concetto di sé, un’ostentata predilezione per pantaloni da cavallerizzo e tenute da paggio. Debitamente contrappuntati da bestemmie da carrettiere e modi scurrili che, se mandavano in deliquio precettori e dame, non costituivano un dramma per il barone Oxenstierna, il cancelliere preposto alla sua educazione.
Fatto sta che, erede a cinque anni di un regno impegnato nella Guerra dei Trent’Anni, con un padre morto troppo presto e una bellissima madre tedesca che si allontanava spesso e volentieri dalla gelida Svezia, Cristina, tra una lezione di latino e un compito di francese cominciò non appena una strana pubertà si affacciò con languore a coltivare attorno a sé un imbarazzante stuolo di fedeli sodali. Ai quali concedeva con larghezza cariche, titoli nobiliari e proprietà fondiarie, salvo riprendersele al minimo sgarro. Una procedura che in breve fece scricchiolare la finanza pubblica del regno e a cui l’impenitente fanciulla non seppe opporre altro rimedio che incrementare la lista di duchi e marchesi facendosi profumatamente pagare quella noblesse di fresca data.
Inconvenienti gravi, ma di poco conto se paragonati alla recisa scelta di non sposarsi e quindi di non regalare al popolo il sospirato erede. Ma ci si sbaglierebbe di grosso se si pensasse che l’abdicazione di questa sovrana in cinturone e stivali sia dipesa da un simile dettaglio. Cristina infatti si liberò del trono, tutt’uno alla religione della Riforma, per il desiderio di conoscere il mondo e poi di condurre da Roma un’adeguata politica di riconquista. Di cosa? Di un altro trono. E quale migliore obiettivo a portata di mano si poteva individuare, a quei tempi, del reame che aveva per capitale Partenope? Un sogno fattole balenare dal potentissimo Mazzarino, cui non pareva vero di destinarglielo in attesa che, dopo di lei, fosse occupato dal fratello minore di re Luigi, all’epoca infante.
Un’utopia che rischiò di finire in tragedia per colpa di una tempesta che sbaragliò la truppa francese che avrebbe dovuto insediare in quel regno traballante colei che veniva ormai definita la Minerva del Nord. La quale ebbe poco dopo un’altra cocente delusione quando, morto un cugino di provata fede cattolica, si rese vacante la corona di Polonia, per il cui possesso brigò a lungo, inutilmente, Azzolino. Lei coltivò la speranza che l’inedita veste di innamorata della natura facesse scordare a gazzettieri e regnanti di aver messo a morte tempo prima in circostanze mai chiarite una sua creatura come Gian Rinaldo Monaldeschi e aver indebitamente affrettato la fine di Cartesio, ospite suo malgrado di una corte su cui soffiava il gelido e inospitale vento del Nord.