Cristo è grande, nel Corano non ci sta tutto

Devo a Pietro Citati l’incontro con Il cristo dell’Islam (Mondadori, pagg. 170, euro 15) che raccoglie scritti in poesia e in prosa del grande mistico e filosofo del X secolo al-Hallaj, della tradizione Sufi, che nel 922, a Bagdad, fu crocefisso perché accusato di eresia. Per l’esattezza: cristianesimo.
I curatori dimostrano con buona solerzia come, pena a parte, le accuse rivolte ad al-Hallaj fossero assai discutibili: soprattutto perché la devozione del grande saggio è legata al Cristo coranico - una devozione peraltro molto diffusa nell’islam, anche se non se ne parla mai. L’islam è un oceano, non la pozzanghera che si fa conoscere oggi di fronte al mondo. Al-Hallaj è un frutto raro e sorprendente di questo oceano. È però difficile, leggendo i suoi testi meravigliosi - specialmente quelli poetici - limitare la sua devozione al Cristo «coranico». La devozione è sempre alla persona di Gesù - qualunque sia il testo, mettiamoci pure il Corano, che ce l’ha fatto conoscere. È sempre amore per una persona concreta, nata il tal giorno e morta il talaltro, e di cui qualcuno insiste nel dire che è risorto e vive ancora nel mondo.
Questo è il Cristo con il quale tutti i testi, ortodossi o eretici che siano, devono fare i conti. Al-Hallaj ha presente questo aspetto decisivo della questione meglio di moltissimi cristiani (anche vescovi e papi) della storia. «Lode a Chi ha manifestato la Sua umanità» dice uno dei suoi testi più controversi «come glorioso segreto di divinità splendente/ E che poi appare nel Suo Creato sotto forma di uno che mangia e che beve:/ In modo che chiunque può mirarLo/ come se dritto negli occhi Lo guardasse». Leggendo al-Hallaj nasce una domanda: quanto di ciò che chiamiamo religione, o fede, corrisponde alla natura di queste cose, e quanto è solo un ostacolo posto da noi per tenerci la coscienza al coperto o - nella migliore delle ipotesi - per ricavarne una rendita?