CRISTOFORO, CHI SEI?

I natali del grande navigatore che scoprì l’America ancora oggetto di discussione

Rino Di Stefano

E se Cristoforo Colombo fosse stato un alieno portato su questa terra a bordo di un disco volante? Magari i marziani ci volevano far scoprire l’America, chissà. Ipotesi suggestiva, non è vero?, però un tantino troppo azzardata. Vediamo allora di trovare una qualche soluzione più terrena per dare comunque un blasone al Grande Navigatore. Anche perché l’idea che fosse davvero figlio del genovese Domenico e di sua moglie Susanna Fontanarossa (e quindi di umili natali) a certi storici, o presunti tali, proprio non va giù.
Osserviamo dunque chi c’era in giro intorno al 1451, presunta data di nascita del buon Cristoforo sotto la Lanterna. Come possibile regal padre potremmo prendere in considerazione re Carlo VII che un anno prima guidò i francesi alla conquista della Normandia. Oppure Federico III d’Asburgo che un anno dopo sarà incoronato imperatore a Roma da papa Nicolò V. E che ne dite di Niccolò Chryffs, in Italia chiamato Niccolò Cusano, cardinale e vescovo di Bressanone, che proprio nel 1451 diede alle stampe il suo «Idiotae libri quattor», sull’applicazione del metodo sperimentale? Anche lui, volendo, potrebbe essere stato un padre illustre per il pargolo che da lì a qualche mese (si pensa in agosto) sarebbe venuto alla luce a Genova.
Questa premessa di cretinate ha lo scopo di presentare due nuove (ma non troppo) versioni sulla nascita di Cristoforo Colombo.
Figlio di un Papa o di un principe spagnolo?
La prima è quella del giornalista e scrittore Ruggero Marino che ancora una volta torna sulla fissa che Colombo sia stato il figlio di Papa Innocenzo VIII (lo aveva già fatto nel libro «Cristoforo Colombo e il papa tradito») con il nuovo volume «Cristoforo Colombo, l’ultimo dei templari», sottotitolo «La storia tradita e i veri retroscena della scoperta dell’America», edito da Sperling & Kupfer Editori.
La seconda versione dei fatti è invece quella dello storico Manuel Rubio Borras, direttore della Biblioteca Universitaria di Barcellona negli anni Trenta, che nel numero di Ottobre del bollettino dell’Asociation Cultural Cristobal Colon afferma di aver scoperto un documento italiano nel quale si afferma che Colombo non era affatto genovese ma figlio bastardo del Principe di Viana, figlio di re Ferdinando di Spagna, e di Margarita Colom, a sua volta appartenente ad una nobile famiglia di Alqueria Roja, cioè di Terra Rossa.
Evitiamo di fare commenti su queste presunte «scoperte» perché sarebbe davvero tempo perso. Vediamo piuttosto qual è la sostanza di queste rivelazioni.
La prole di Innocenzo VIII
Partiamo da Ruggero Marino. Contrariamente alle volte precedenti, quando i suoi punti di vista hanno suscitato qualche curiosità e apprezzamento anche da studiosi del calibro di Paolo Emilio Taviani per le rivelazioni sulla partecipazione di Innocenzo VIII alla vicenda colombiana (Cristoforo Colombo: relazioni e lettere sul secondo, terzo e quarto viaggio, a cura dello stesso Taviani e di Consuelo Varela, Juan Gil, Marina Conti, Roma 1988), questa volta Marino ci propone tout court Colombo figlio del papa. E ad ogni buon conto dedica ufficialmente il libro a Gianni Letta, attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, già suo ex direttore al Tempo di Roma, che poi glielo presenterà. E vediamo il punto in cui Cristoforo Colombo diventa, nella visione di Marino, il figlio di Innocenzo VIII.
Somiglianze occulte
A pagina 45 inizia il capitolo «Colombo, il figlio di Innocenzo VIII». È però solo a pagina 65 che Marino comincia a introdurre lo spinoso accostamento. «Basta guardare con attenzione la statua del Pollaiolo sulla tomba del papa in San Pietro, sovrapporre mentalmente il suo volto scuro su quello di Colombo. Non è suggestione, il risultato è impressionante. La somiglianza fra i due è lampante». Non ha però nemmeno finito di dirlo che aggiunge: «non conosciamo con certezza la fisionomia dell’ammiraglio. I molti ritratti, così differenti l’uno dall’altro, fanno di Colombo ’uno, nessuno e centomila’».
Marino ammette così che non esistono ritratti originali di Colombo, ma imperterrito continua: «Eppure si sa che alcune immagini sarebbero molto fedeli al viso del vero Colombo. Sono quelle più somiglianti alla statua di Innocenzo VIII, al punto da far credere che possano essere la stessa persona. In una identificazione sconcertante».
Tanti saluti, dunque, alla ricerca storica basata su fatti e documenti. Marino mette a confronto ritratti di fantasia del Navigatore con quello di Innocenzo VIII e il gioco è fatto. Ma non basta. Ad un certo punto dice: «Anche il ritratto colombiano individuato di recente, opera di Pedro Berruguete, può trovare uguali analogie».
Il falso Berruguete
Quello che Marino però non sa, è che già nel 1991 gli spagnoli smentirono categoricamente che quel quadro, proprietà del pittore e commerciante d’arte Francesco Ribaudo che lo aveva messo in vendita ad un prezzo piuttosto sostenuto, fosse di Berruguete e che tantomeno rappresentasse Colombo. Tra l’altro ci fu qualcuno a Genova che aveva lanciato l’idea di una colletta pubblica per acquistarlo e solo all’ultimo minuto, quando Il Giornale pubblicò i pareri spagnoli, l’errore fu evitato. «Ni es el Almirante, ni es de Berruguete» titolò a pagina 22 del numero 4 del 29 novembre 1991 il magazine del quotidiano spagnolo ABC. «Non ho alcun dubbio - disse lo storico spagnolo Antonio Rumeu de Armas, membro della Reale Accademia di Storia - la persona del ritratto porta i vestiti di un notabile italiano, non certamente di un ammiraglio della Castiglia. Quella spilla sopra il berretto, con quella perla così vistosa, e l’abbigliamento così sfarzoso sono impensabili in un personaggio castigliano di quell’epoca. Basta guardarlo una volta per capire che la persona del ritratto non è una figura spagnola di quel tempo: rappresenta invece un gran capitano vestito da vicerè di Napoli ed è di un pittore italiano».
E anche Matias Diaz Padron, capo conservatore del Museo del Prado di Madrid, disse la sua. «Il quadro di Genova non è di gran qualità - affermò - Il suo autore non è un gran maestro. Non ha né la tecnica né la sensibilità di Berruguete».
I sedici figli di innocenzo VIII
Insomma, pur rispettando la lunga e impegnativa ricerca di Marino, di fatto non c’è alcuna prova che in qualche modo possa collegare in linea di sangue Colombo con Papa Innocenzo VIII. E comunque è meglio così perchè Giovanni Battista Cibo, salito al soglio di Pietro nel 1484 col nome di Innocenzo VIII per gli accordi tra le fazioni di Rodrigo Borgia e Giuliano Della Rovere, fu uno dei peggiori papi che la Chiesa abbia mai avuto. Dissoluto e senza principi morali, se non quello di far soldi per se e per la sua numerosissima famiglia, aveva la bellezza di sedici figli, otto maschi e otto femmine, che in qualche modo riuscì a sistemare anche nelle case regnanti dell’epoca. Di lui il Pasquino dell’epoca scriveva:
«Lode a Innocenzo rendere, o quiriti, si debbe,
che dell’esausta patria la prole ei stesso accrebbe.
Otto bastardi ed otto fanciulle ha generato:
Nocente e della patria padre sarà chiamato.
Non c’è invece alcun dubbio, e Marino ha trovato diversi riferimenti a questo riguardo, che diversi capitali impiegati nella prima impresa di Colombo avevano una qualche origine nelle casse della Chiesa romana.
La lettera di Borromeo
E veniamo, invece, agli spagnoli. Questa volta a cercare di rubare l’identità tutta genovese e italiana di Cristoforo Colombo è Manuel Rubio Borras, direttore della Biblioteca Universitaria di Barcellona nell’ormai lontano 1931. Infatti la storia che solo adesso l’Asociation cultural Cristobal Colon ha pubblicato, è ripresa da due articoli usciti sempre sul quotidiano spagnolo ABC del 21 e 22 agosto 1931.
Il dottor Borras scriveva che nel novembre del 1929 un giorno aveva ricevuto «da un affermato bibliofilo e archeologo, residente a Milano, e il cui nome era nascosto da uno pseudonimo», un documento molto importante per la storia della Catalogna. Infatti, in quel documento si diceva che Colombo non era italiano, ma nativo della Catalogna. Sempre secondo il racconto di Borras, l’originale di questo documento era stato occultato per centinaia di anni in uno dei risguardi del volume «Cristophori Clavi i Bambergensis - Ioan De Sacro Rosco. Romac, 1558. Exeficine Dominico basac: 21x15; 484 paginas». Al centro della prima pagina del volume c’era la scritta «Exlibris Borromei» e il libro stesso venne trovato dal misterioso bibliofilo sulla bancarella di un ambulante.
Ed ecco, secondo questo racconto, che cosa c’era scritto in quel documento:
«Io, Giovan de Borromei, essendo mi tolto manifestar la uerità secretamente conosciuta per mezzo del Signor Pier d’Angleria, Tesorero dei Rex Cattolici di Spagna et sicome debo cosine voglio tener perpetua memoria, con confidar alla historia esser Colonus Christoforens della Maiorca et non della Liguria. Il dicto Pier d’Angleria istimò che fusse cascosa l’astutia usata da Giovan Colom per che casion di politica e religiose lo hautian consigliato di finquerse Christophorens Colon per dimandar lo ajuti delle navi di Re de Spagna. El diro anchora esser Colom usuale a Colombo per che hauendo discoperto che uiue in Genova un quidam Christophoro Colombo Canajosa figlio da Domenico et Susanna Fontanarossa non s’hauia confunder del navigatore dell’Indie Occidentali.
Di Bergamo a.D. 1494».
Chi era Pier d’Angleria
Lo storico spagnolo sostiene che il documento venne confrontato con analoghe scritture esistenti negli archivi di Stato di Torino e di Roma e risultò risalente a quel periodo. Inoltre lo stile e le caratteristiche corrispondevano alla classificazione del paleografo Fumagalli. Per cui tutto lasciava pensare che il documento fosse autentico e che in qualche modo fosse stato inviato da questo Giovan de Borromei a Pier d’Angleria, noto storico e umanista dell’epoca, che, sostengono gli spagnoli, fu poi colui che creò «la leggenda genovese di Colombo».
Ma chi era davvero Pier d’Angleria? Di lui si sa che nacque ad Arona, sul Lago Maggiore, nel 1455, anche se la sua famiglia risiedeva a Milano. Nel 1477 si trasferì a Roma dove, grazie alle entrature del cardinale Ascanio Forza, divene amico di Domenico de Mendoza, ambasciatore dei Re Cattolici spagnoli, e del conte di Tendilla che lo presentò alla regina Isabella. Per farla breve, diventò insegnante di materie umanistiche alla Corte di Spagna e, dopo la liberazione di Granada dai mori, decise di prendere i voti e farsi sacerdote. Successivamente divenne ambasciatore spagnolo in Turchia, cappellano privato della regina e maestro dei cavalieri di Corte. Ma la cosa più importante è che divenne molto amico di Colombo con il quale ebbe una fitta corrispondenza.
Giovan de Borromeo
Per quanto riguarda Giovan de Borromeo, si sa che faceva parte della nota famiglia italiana cui apparteneva San Carlo Borromeo ed era figlio di Filippo, fratello di Vitaliano II. In origine la famiglia era nei Vitaliani di Padova, ma per via matrimoniale si inserì nei Borromeo.
Pare, tra l’altro, che questo Giovan fosse stato insignito dell’Ordine equestre della Milizia Dorata, uno dei più illustri d’Italia. Diventato amico di Pier d’Angleria, si scambio numerose lettere con lui e queste successivamente finirono nel libro «Opus Epistolarum» (Miguel Egufa, Alcalà de Henares, 1545).
La lettera su Colombo, secondo lo storico Marras, rientra in questa corrispondenza per cui, a suo avviso, era autentica. Ciò significa, per lo spagnolo, che Cristoforo Colombo non era italiano ma di Maiorca, che fa appunto parte della Catalogna.
È il caso di dire che gli spagnoli le trovano tutte pur di appropriarsi di una figura storica che non è la loro. Infatti, se la lettera fosse autentica, che ci voleva a sbugiardare Colombo visto che nel 1494, dopo la seconda spedizione, era vivo e vegeto in Spagna?
Comunque non c’è da stupirsi più di tanto. Basta notare l’impegno che ci stanno mettendo gli esperti dell’Università di Granada incaricati di studiare il Dna di Cristoforo Colombo. I risultati ce li daranno nel 2006 nel corso di un convegno internazionale a Siviglia. Aspettiamoci qualche sorpresa: le scommese sono aperte.