Criticò il premier «Il Csm processi ancora Mancuso»

da Roma

Criticò i vertici dello Stato, dal presidente della Repubblica al premier, dal governo al ministro della Giustizia. Ora dovrà tornare a renderne conto. Infatti le Sezioni unite civili della Cassazione - accogliendo il ricorso del ministro Guardasigilli Roberto Castelli - hanno annullato l’assoluzione disciplinare pronunciata nel novembre scorso dal Consiglio superiore della magistratura nei confronti del presidente della Corte di assise di Bologna, Libero Mancuso. Il magistrato era stato accusato di aver violato i suoi doveri di togato esprimendo forti giudizi nei confronti delle più importanti cariche italiane, appunto il premier, il governo, il capo dello Stato e il ministro Guardasigilli. Adesso il Csm dovrà, nuovamente, «processare» Mancuso e rivedere la decisione assolutoria.
Al giudice bolognese sono stati contestati due fatti distinti: l’intervento da lui pronunciato al congresso di Rimini della Cgil, nel 2002, e una lettera aperta pubblicata dall’Unità sul caso di Adriano Sofri. Nel primo episodio, secondo il ministro, Mancuso avrebbe rivolto parole denigratorie all’indirizzo del governo e del premier, sostenendo tra l’altro che l’attività normativa dell’esecutivo era finalizzata a favorire personali interessi del presidente del Consiglio.
Con la lettera, invece, Libero Mancuso - sempre stando ai contenuti del ricorso del ministro Castelli - sarebbe stato scorretto sia nei confronti dei colleghi che avevano condannato Adriano Sofri, dal momento che aveva definito ingiustificata la detenzione dell’ex leader di Lotta continua, sia nei confronti del capo dello Stato e del ministro della Giustizia.
Nella lettera inviata al quotidiano vicino alla Quercia, Mancuso aveva auspicato che entrambi prendessero atto «dell’inutilità e dell’ingiustizia di quello stupido sacrificio umano rappresentato dalla detenzione» di Sofri. Queste parole, secondo il Guardasigilli, costituivano «apprezzamenti pesantemente critici e polemici in relazione a un possibile rifiuto della grazia».