La Critica Letteraria è morta? Evviva la Critica

Negli Stati Uniti chiude lo storico inserto letterario del Washington Post e il New York Times parla di fine della recensione. In Italia qual è la situazione? Lo abbiamo chiesto a: Mimmo Cándito, Antonio D'Orrico, Giullio Ferroni, Gian Paolo Serino....

Uno scossone per il mondo letterario americano, anzi un vero sisma. Lo storico inserto librario del Washington Post, il Supplement Book World, non verrà più allegato all'edizione della domenica. Sopravviverà solo on-line. Il New York Times, che ha subito spifferato con una certa gioia le difficoltà della testata rivale, ha chiosato così la notizia: «Un altro segno del fatto che la critica letteraria sta seriamente perdendo terreno». E intanto la prestigiosa New York Times Book Review resta praticamente sola a innalzare la bandiera della critica letteraria nuda e pura (se si esclude forse un piccolo supplemento del San Francisco Chronicle). Ma davvero la critica muore, sorpassata dai tempi, da internet e dai lettori che vogliono tutt'altro? E anche qui da noi in Italia i molti inserti librari rischiano di fare una brutta fine? Lo abbiamo chiesto ad alcuni importanti critici e ad alcuni giornalisti esperti del settore. Secondo Antonio D'Orrico, penna principe del Corriere della Sera, la situazione non è rosea nemmeno da noi: «Non che il discorso riguardi solo la critica letteraria... Ma certo i problemi esistono. A partire dal “recensificio”. Si fanno troppe recensioni. Le devi fare per gli editori, per gli amici, per gli altri giornalisti del tuo giornale che scrivono libri... C'è una logica interna al sistema editoriale che è terribile. Peggio ancora l'idea di far sempre recensire i libri agli scrittori. Una volta i grandi scrittori venivano mandati in giro per raccontare le cose, come quando Mario Soldati scriveva dallo stadio. Ora recensiscono i colleghi... Invece i giornali hanno bisogno di critici che facciano due cose: scoprire giovani talenti e segnalare quando uno scrittore affermato si siede sulla sua bravura». Posizioni non dissimili quelle di Salvatore Silvano Nigro, critico, italianista e penna del «Domenicale» del Sole 24Ore: «Le pagine culturali sono importantissime, a patto che non si limitino ad amplificare gli uffici stampa. Tante volte sembra che la recensione sia stata scritta per il recensito...». La nota di speranza per Nigro arriva «dal fatto che negli ultimi tempi i libri sembrano andar bene a livello di mercato». Ciò che conta però è «creare delle pagine culturali equilibrate. Non devono essere una finta rivista e nemmeno avere paginate enormi come fanno Corriere e Repubblica, non ci si può mettere mezza giornata a leggere un articolo. Da questo punto di vista credo che abbia una bella grafica Alias, il supplemento del Manifesto. E poi bisogna avere il coraggio di segnalare piccoli editori». C'è poi anche chi scommette su forme innovative di recensione. Come Gian Paolo Serino, fondatore della rivista Satisfiction che ha introdotto nel mondo della critica la provocatoria forma «soddisfatti o rimborsati». «Secondo me - dice - la critica è morta o agonizzante, non ha più la capacità di far suonare i campanelli d'allarme del lettore... Quanto alla critica americana, è rimasta vittima del principio che tutto ciò che è nuovo è bello. Non si può annunciare il nuovo Salinger ogni mese. Il lettore ormai capisce quando una recensione è insincera. Ecco perché credo nella formula soddisfatti o rimborsati...». Giullio Ferroni, storica penna dell'Unità, vede un grande limite anche nell'uso costante dell'intervista nelle pagine culturali: «Si intervista sempre l'autore, si cede sempre più all'idea che bisogna parlare solo di libri a grande tiratura. Così finisce che il critico abdica e resta la promozione... Certo, poi c'è una grande questione: il critico dovrebbe capire quando un libro è capace di raccontare il proprio tempo, la contemporaneità. Ma in un tempo come il nostro, così confuso...». Mimmo Cándito direttore de L'indice dei libri del mese, una delle più importanti riviste librarie italiane, allarga la prospettiva: «Siamo in una fase di crisi, quindi l'ambito culturale è un terreno obbligato in cui ripensare le cose e difendere dei valori. Prima che in altri... La critica non è promozione e quindi spesso disturba proprio. Per questo va salvaguardata. Come direttore dell'Indice sono stato sempre attento a rendere la grafica più accattivante possibile. Ma attenzione, spesso la pressione che si subisce per alleggerire le pagine è un modo velato di intervenire sui contenuti. Io tanti anni fa alla Stampa subii pressioni persino per la recensione di un film... Non credo che le cose siano migliori oggi». Più pragmatico Riccardo Chiaberge che dirige il supplemento domenicale del Sole 24Ore: «Non tutto ciò che avviene in America deve essere imitato... Il problema vero è la carta. In tempi di crisi ci sono costi difficili da sostenere e la recensione va sul web. Non è una tragedia. Anche se i segni di sofferenza non vanno sottovalutati». Insomma, se la critica americana è in punto di morte, quella italiana dichiara, a vario titolo e sotto gli effetti di varie patologie, di non sentirsi tanto bene.