"La critica mi stronca ma piaccio"

«Un notaio m’ha telefonato: "Quel che a lei accade nella fiction, a me accade nella vita. Lei è un grande!". Una studentessa m’ha scritto: "Lei mi commuove perché mi ricorda mio padre che non c'è più. Fantastico!". Una signora m’ha confessato: "Adoro il suo personaggio. Lei per me è come un angelo custode!". E via complimentando». Ma non finisce qui: ad aumentare ancora - se possibile - la soddisfazione di Lando Buzzanca, provvede il confronto tra l’entusiasmo dei telespettatori de Il restauratore (5 milioni e 623 mila, nella puntata che, per la terza domenica, l’ha confermato dominatore della serata) e le stroncature della critica. Che ha variamente bollato la fiction di Raiuno come «inverosimile», «pasticciata», «confusa». Perfino «ridicola». Ma Buzzanca è abituato a questa dicotomia: da Merlo maschio in avanti, molti suoi film basati sullo stereotipo dell’uomo italiano assatanato degli anni 70 hanno avuto successo di pubblico e nel contempo subissati di fischi dalla critica. Lui si è sottratto comunque al momento più «scollacciato» della comeddia stile Alvaro Vitali ed Edwige Fenech ed è tornato solo di recente in televisione con fiction impegnate e di discreto successo come Mio figlio dedicato al rapporto tra un padre e il figlio omosessuale.
Ma insomma, Buzzanca: siamo alle solite? Se la critica massacra il pubblico esalta?
«Cosa vuole che le dica. Certi critici fanno solo il loro mestiere. Se parlassero bene di tutto quello che vedono, non avrebbero più lettori. Con me, per la verità, sono stati piuttosto carini... Uno, famoso per il suo rigore, ha scritto che nei panni di quest’uomo che ha le "luccicanze" (cioè delle preveggenze su quanto di male sta per capitare a qualcun altro) risulto "credibile". E credibile sarei addirittura nei flash back in cui devo dimostrare vent’anni di meno. Beh: non male, in fondo».
Ma cos’è che irrita la critica più parruccona? Il paranormale? O il successo in se stesso?
«Un po’ entrambe le cose, credo. E il sospetto che, dietro a troppo successo, ci sia il vuoto. Chi ha scritto che nei panni di Basilio sembrerei un Don Matteo in jeans, ad esempio, forse credeva di criticarmi. E invece m’ha fatto un complimento».
E il grande pubblico? Come spiega l’entusiasmo provocato da questa insolita storia?
«Proprio per la sua originalità. Dai tempi del Segno del comando in poi il paranormale in tv ha sempre sfondato. Perché fa parte della natura dell’uomo, questo desiderio di cogliere l’oltre, l’altro, che si spera si nasconda dietro le cose. Certo: un argomento simile bisogna anche saperlo raccontare... Guardi cosa sta succedendo al Tredicesimo apostolo di Mediaset, ad esempio...»
Dopo una partenza-boom loro sono scesi. Mentre voi siete saliti al 21,5 per cento di share.
«Esattamente. Ed è un calo che si spiega: appena Mediaset seppe che stavamo girando Il restauratore, anche loro hanno voluto fare una storia sul metafisico. Senonché la gente ha avvertito presto che si trattava di due prodotti molto diversi. Quello è sostanzialmente poco credibile; il nostro, invece, è sincero. Quello piace solo ad alcuni telespettatori. Noi piacciamo a tutta la famiglia. E a maggio inizieremo le riprese di altre otto puntate».
E questo nonostante il primo, a non credere nella potenzialità del Restauratore, fosse proprio lei.
«È vero. Perché io al paranormale non ci credo. Ho sempre pensato fosse una bugia, una recita. Così, prima di firmare il contratto, ho chiesto di poterci pensare un po’. E ho trovato la soluzione in quella sorta di fede laica che trova nel malato stesso, più che nel suo presunto guaritore, la forza di guarirsi da sé».
Tra tanti parersi diversi, un solo parere comune. Il suo talento.
«Ho cercato di giocare in sottotono, di asciugare, di rendere tutto essenziale. Ed umano. Pare che abbia funzionato».