Critiche anche a sinistra: «Errore non sfilare a Milano»

Dai Ds al capogruppo dell’Unione in Regione Sarfatti: tanti dubbi sulla diserzione. E il Leoncavallo attacca: «Povero Paese se i politici temono le contestazioni»

da Milano

«È come nel film di Nanni Moretti, quando lui si chiede: “mi si nota di più se vado o se non vado?”». Così il diessino Emanuele Fiano, capogruppo in consiglio comunale e futuro deputato, fotografa la scelta di Romano Prodi e Piero Fassino di non partecipare alla manifestazione contro le violenze di Milano indetta dai commercianti. Decisione difficile e controversa, contestata da molti sottovoce e da alcuni con toni un po’ più alti. Fiano era nelle prime file del corteo, accanto al presidente della Provincia Filippo Penati, e non è convinto che Prodi e Fassino abbiamo fatto la scelta migliore: «Sono certo che avrebbero ricevuto i fischi perché c’è stato un tentativo di strumentalizzazione di parte. Ma nonostante questo non so se sarebbe stato meglio affrontare la manifestazione o evitarla, come hanno scelto di fare». Giovedì sera era «molto dispiaciuto», ieri ancora pieno di dubbi. E non è l’unico.
Onorio Rosati, il riformista segretario della Cgil milanese, ha voluto portare il sindacato in piazza, difende la scelta ed esprime consistenti perplessità sulla defezione dell’ultima ora. «Al posto loro avrei corso il rischio e sarei venuto. In questo modo è diventata una sfilata del centrodestra e io sono dell’idea che è sempre meglio esserci per non lasciare spazi ad altri», spiega Rosati. «Nonostante il clima di ostilità evidente, confermata dai fischi al candidato sindaco del centrosinistra, Bruno Ferrante, ritengo che la priorità fosse essere presenti per solidarietà alla città. Noi eravamo in piazza e ci torneremo». I leader dell’Unione, aggiunge Rosati, hanno delle attenuanti, e non generiche: «Se si fossero presentati si sarebbe parlato solo delle contestazioni e non delle violenze di questi teppisti e sconsiderati e loro hanno voluto evitarlo». Ma la conclusione del ragionamento è uguale al punto di partenza: «Io avrei corso il rischio».
A correre il rischio c’erano «numerosi parlamentari e amministratori lombardi incluso me», ricorda il parlamentare della Margherita, Pierluigi Mantini, convinto che l’assenza di Prodi e Fassino sia stata «un dispiacere solo per gli imbecilli che volevano contestarli». E però la delusione durante il corteo si tagliava con il coltello. Traspariva anche dai no comment di Filippo Penati («io ci sono e questa è la mia risposta» se l’è cavata con chi gli chiedeva un’opinione sull’assenza dei leader calati da Roma), che già contestato nei giorni scorsi in corso Buenos Aires, il luogo degli scontri, ha messo su la fascia azzurra, sfidato comunque la folla e rimediato la sua dose di fischi. «Mentalità faziosa, ero in rappresentanza dei cittadini di Milano e non di una parte politica».
L’ulivista Riccardo Sarfatti, capogruppo dell’Unione in Regione Lombardia, all’inizio era addirittura incredulo: «Non mi risulta, ho altre informazioni e so che verranno». Ma poi si è dovuto arrendere all’evidenza e si è sfogato con i cronisti: «Mi dispiace e non sono d’accordo, noi ci siamo tutti». Salvo poi rivedere il giudizio, almeno in parte, dopo il corteo: «Visto come è andata, il modo in cui era organizzata la manifestazione e il fatto che ho anche preso dei calci, forse è stata la scelta giusta».
Il paradosso è che il più arrabbiato sia una delle ultime persone che ci si poteva aspettare di veder sfilare durante una manifestazione indetta dall’Unione del commercio. E cioè il portavoce storico del Leoncavallo, consigliere comunale e candidato alle politiche di Rifondazione comunista, Daniele Farina. Poteva tranquillamente starsene a casa, invece lui era lì, a protestare contro le violenze («il leoncavallo si è dissociato da tempo») e a chiedere la liberazione degli arrestati («no ai prigionieri politici»). Presente e amareggiato per le assenze ingiustificate: «Povero Paese quello in cui i governanti non vengono in piazza per paura di essere contestati».