Il critico Che noia lo showman improvvisato

Che barba. Oltre alla sua, di tre giorni e passa, la nostra, di mezz’ora. Trenta minuti che sono sembrati un’eternità, la tentazione irresistibile di cambiare canale, frenata soltanto dalla paura di perdere l’assolo di Roberto il Primo, che in scena ci sa stare come nessun altro. Ecco, l’esordio di Saviano nell’incauto ruolo di showman è stato una mezza delusione, a prescindere dalle (prevedibili) cose dette. Colpa, certo, di Benigni, balzato in video poco dopo, un confronto che sarebbe impari per chiunque, Walter Chiari redivivo probabilmente compreso. Ma colpa anche e soprattutto sua, dello scrittore più blindato, e forse, con buona pace di Camilleri, più presuntuoso d’Italia, convinto che dal microfono si possa sparare come dal computer.
Roberto il Secondo, nuovo divo televisivo di «Vieni via con me», deve ancora sputarne di fiele prima di diventare l'alternativa, naturalmente più schierata, di Marco Paolini, cantastorie principe dei disastri italiani a partire dal sensazionale, indimenticabile «Vajont». Ah, Paolini, coi suoi monologhi senza soste, lui sì è uno che ti inchioda alla poltrona, ti toglie il respiro, ti lascia i nervi scoperti, non ti permette di staccare gli occhi dal video. Neanche per un attimo.
Con Saviano lo sguardo dalla tv lo togli ogni momento, per guardare l’ora, per chiederti quanto manca al gong, per implorare uno stop alla demagogia, in trepidante attesa che ti soccorra misericordiosa la pubblicità. Ci vorrebbe un arbitro per interrompere il match Saviano-pubblico. Pubblico di casa, ovviamente, non quello adorante nello studio di Fazio il Gongolante. Gli spettatori in poltrona la spugna l’hanno gettata da tempo, affranti, devastati, boccheggianti. Non sono nemmeno le dieci della sera, ma sembra mezzanotte passata. Un’angoscia tale che qualche kamikaze dell’etere, pur di sottrarsi alla soporifera lezione di filosofia savianesca, sarebbe pronto perfino al tuffo disperato verso la perversione assoluta: il Grande Fratello.
Non è che Roberto il Secondo sia un altro Celentano, intendiamoci. Per lo meno maneggia con competenza l’italiano e non soffre di pausite cronica. Però il ritmo proprio non lo conosce. Il ritmo nei monologhi è tutto. Se rallenti di continuo, in cerca di un’improbabile ispirazione, è la fine. Purtroppo solo per antico modo di dire. Perché la fine con Saviano non arriva mai, preceduta, e di molto, dalla pazienza dello spettatore. Che, volendo, non ne fa una questione ideologica, ma soltanto tecnica. Con Paolini si resta a bocca aperta per la meraviglia, con Saviano per gli sbadigli.
Barba, sua, a parte, Roberto il Secondo si presenta bene, in lugubre spezzato scuro, giacca viola, pantaloni verdi e camicia carta da zucchero. Chissà se Armani avrebbe da ridire. Saviano pontifica mentre si gratta con sospetta frequenza la testa. Con la mano destra, essendo la sinistra occupata a tenere il blocco di appunti, peraltro mai consultati. L’orazione funebre del Giornale, unico mandante di una pluricitata Macchina del Fango, ce l’aveva da tempo in mente. Immobile, o quasi, in mezzo a una fitta selva di microfoni, ben più alti di lui, forse un simbolo della sua reclamizzata prigione. Concluso il sermone, rieccolo con Fazio e Vendola a leggere un elenco di comportamenti che in terra di Campania ti accreditano come gay. Poi accanto al torrentizio Benigni, ancora voglioso di esibirsi. È il miglior Saviano. Finalmente zitto.