Il critico Tante stelle poca identità

Scusatemi se scrivo in italiano, ma faccio prima così, e sono sicuro che un buon numero di lettori interessati alla Scala mi capisce. Più difficile sarà fare capire alla gente che viene da tutto il mondo alla Scala perché mai, approdata al teatro dei desideri e dei miti, debba sentirsi rimandata indietro nel fiume dei circuiti internazionali. Identità in dissolvenza. Neanche la metà dell’opera in cartellone quest’anno è italiana: ci sono un Mozart di vecchia produzione, un Verdi vecchio ed uno nuovo, un Rossini vecchio, un Donizetti comprato a Parigi, nessun Bellini, né Puccini, e nemmeno, ad esempio, Cimarosa o Mascagni. Barocco, niente.
C’è anche un piccolo Rossini, affidato all’Accademia di Canto in un vecchio allestimento, con tanti saluti agli ambiziosi progetti. Eppure il successo dell’Accademia di Canto è uno degli aspetti più felici della prossima stagione. Quattro cantanti - anche a mio avviso straordinarie, che ne sono uscite da poco - sono fra gli interpreti principali: una, appena diplomata, addirittura protagonista della Carmen inaugurale, Anita Rachvelishvili, e poi Irina Lungu, Nino Machaidze, Nino Surguladze. In genere, le compagnie di canto sono accurate e prestigiose: ad esempio, fra le voci virili si ascolteranno Schrott, Mattei, Scandiuzzi, Pape, oltre al senza età Nucci, a Maestri a Furlanetto, nelle voci gravi; e tenori come Kaufmann e Villazon, Florez e Gatell, distribuiti con attenzione.
Anche fra i direttori presenti ci sono nomi eccellenti, Barenboim, Gatti, Mehta ed Esa-Pekka Salonen; altri meno interessanti come Spinosi e Dudamel. E poi presenze prestigiose di scenografi, come Peduzzi e Balò, e parecchi registi di prim’ordine: Chéreau, La Fura del Baus in Wagner a imitazione di Firenze, Peter Stein, Nekrosius speriamo d’umore meno cupo del solito. Inaugura Emma Dante, passionale, focosa, che non ha mai fatto opera, e mi spiace che la Scala sia diventato palcoscenico per esordienti. D’altra parte, meglio rischiare, che trascinarsi dietro una stagione come quella di «Musica d’oggi» dove si continua a fingere che il defunto Novecento sia il nostro tempo.
Ci sono eventi interessanti. Placido Domingo, il mitico tenore, debutta da baritono in Simon Boccanegra. Titolo rischiosissimo alla Scala, memore dello storico allestimento di Strehler, peraltro prematuramente venduto all’estero, e della direzione di Abbado, oltre che del protagonista Cappuccilli. Nessuno lo consiglierebbe a Domingo; ma con artisti come lui, nei consigli si può sbagliare clamorosamente.
Poco sotto le cento le recite d’opera. Bisognerebbe farne ancora di più, ma sempre senza rinunciare all’accuratezza delle prove e all’impegno per ogni produzione. L’altro giorno ho visitato con un gruppo d’allievi universitari gli stabilimenti della Scala, ed abbiamo ammirato l’orgoglio, lo stile e l’accanimento del lavoro. Qui sì che l’identità è ancora viva: non si sente un teatro aggiornato ma un teatro protagonista.