La Croazia contro Napolitano: "Razzista sulle foibe"

Duro attacco del capo di Stato croato dopo l’intervento del presidente della Repubblica in occasione della Giornata del ricordo. Motivazioni di politica interna hanno spinto Mesic a polemizzare con l’Italia: "Impossibile non intravedere revisionismo storico e revanscismo politico"

Trieste - Parole pesanti come cannonate, quelle sparate del presidente croato Stipe Mesic, che ieri ha duramente attaccato il capo dello Stato, Giorgio Napolitano per la sua coraggiosa commemorazione della tragedia dell’esodo e delle foibe. In una nota della presidenza croata, Mesic sostiene che il discorso di Napolitano, pronunciato al Quirinale durante la consegna delle medaglie a una trentina di parenti degli infoibati, contiene «elementi di aperto razzismo, revisionismo storico e revanscismo politico».
Il capo dello Stato italiano aveva denunciato il colpevole oblio in cui era caduto il ricordo della fuga di 350mila istriani, fiumani e dalmati davanti alle violenze dei partigiani jugoslavi. A migliaia furono gettati nelle foibe, le cavità carsiche, che ancora oggi sono la loro tomba. Mesic si è detto «spiacevolmente sorpreso dal contenuto e dal tono» di un intervento «sul passato che lede gli attuali rapporti tra Croazia e Italia». In particolare il presidente croato punta il dito contro l’affermazione di Napolitano secondo cui il dramma delle popolazioni giuliano-dalmate nacque «da un moto di odio e furia sanguinaria» e da «un disegno annessionistico slavo che prevalse innanzitutto nel trattato di pace del 1947 e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica».
Secondo il capo di Stato croato «sono affermazioni in cui è impossibile non intravedere elementi di aperto razzismo, revisionismo storico e revanscismo politico difficili da accostare all’auspicio formulato per la promozione delle relazioni bilaterali». Nella nota, di inusitata asprezza, che ricorda i tempi del maresciallo Tito, si sottolinea come sia «spaventoso e potenzialmente molto pericoloso» rimettere in discussione il trattato di pace firmato dall’Italia nel 1947. «C’è qualcuno a cui debba essere ancora ricordato cosa scatenò lo sproloquio contro il trattato di Versailles alla fine della Prima guerra mondiale?» ci si chiede nella nota, con evidente allusione all’avvento del nazismo in Germania. Le critiche croate continuano ribadendo che «non si devono trasformare gli sconfitti in vincitori». Per il presidente croato è «assolutamente inaccettabile» rimettere in discussione gli accordi di Osimo del 1975 e quindi restituire anche una parte simbolica dei beni confiscati dal comunismo titino agli esuli. Mesic ricorda incredibilmente a Napolitano, ex comunista, che è necessario opporsi «a ogni tentativo di mettere in discussione i pilastri su cui si sta costruendo l’Europa unita e tra i quali l’antifascismo ha un ruolo dominante».
A fine gennaio Mesic le aveva già sparate grosse in un’intervista alla Rai del Friuli-Venezia Giulia sostenendo che le foibe sono state solo «una reazione ai crimini fascisti». La programmata escalation con l’Italia sarebbe dettata da mere ragioni di politica interna. Le elezioni in autunno non fanno sperare niente di buono ai socialdemocratici di cui il presidente fa parte. Al loro candidato premier, Ivica Racan, è appena stato diagnosticato un tumore e potrebbe abbandonare la politica. Il primo ministro in carica, Ivo Sanader, alfiere dell’ala moderata ed europeista del partito nazionalista croato, non ha rivali. I giornali vicini al premier fino a ieri non avevano seguito Mesic nella polemica con l’Italia che è il primo sostenitore della Croazia in Europa, a patto che venga concesso qualcosa in cambio sui beni abbandonati dagli esuli.
«Il problema è che il 52% dei croati è euroscettico e Mesic ha deciso di cavalcare la tigre sparando a palle incatenate sull’Italia» spiega al Giornale, Renzo De Vidovich, rappresentante degli esuli dalmati. L’unico dato certo è che il grande atto di riconciliazione, che si stava preparando, fra i presidenti italiano, sloveno e croato sui luoghi della memoria di tutti è stato ancora una volta infoibato.