La croce gettata addosso alla politica

Poveri magistrati, è colpa dei politici se in Italia si fanno 100mila intercettazioni l'anno e negli Stati Uniti non più di 1800: ma questo solo dopo l'11 settembre, altrimenti si scendeva sotto le mille. È colpa dei politici se a Potenza hanno speso 6 milioni di euro per intercettazioni telefoniche legate a indagini ridicole, mentre nel Texas, in tutto il 2006, di intercettazioni ne hanno autorizzate solo cinque. È colpa dei politici se in Italia ogni anno ci sono un milione e 500mila persone intercettate, roba che nel 2006 ha fatto spendere 600 miliardi del vecchio conio. Male che vada, visto che il Parlamento ne ridonda, è colpa anche degli avvocati. Questo almeno ha fatto chiaramente capire il segretario dell'Associazione magistrati, Nello Rossi: «Le intercettazioni - ha detto - sono rimaste segrete fino a quando non le hanno visionate gli avvocati».
Certo: e fa niente se le carte circolano da settimane, figurarsi, a diffonderle non sono mica stati magistrati o cancellieri o poliziotti o carabinieri o impiegati o indagati o fotocopisti: sono stati i 6 avvocati che lunedì hanno visto le carte e che non solo le hanno viste, e non solo le hanno imparate a memoria in un quarto d'ora: questi fenomeni da circo mediatico-giudiziario hanno anche avuto il tempo di selezionarle per bene, così da andare contro i Ds. Ma sono peccati veniali, perché resti inteso che la colpa rimane soprattutto dei politici. Come no. Sono loro che hanno fatto le leggi, giusto? Non i magistrati che fanno il possibile, anzi «più del dovuto», del resto è da lustri che la magistratura è notoriamente collaborativa e ce la mette davvero tutta per celare eventuali falle legislative e non, viceversa, slargarle sino a che la nave affondi: macché, non è certo l'associazione magistrati & giornalisti ad aver avanzato, negli anni, sempre nuove interpretazioni e sempre nuove giurisprudenze sinché di ogni legge, infine, restasse carta straccia. Eppure erano dei giuristi, non dei politici, coloro che nel 1989 vararono il nuovo Codice di procedura penale; un codice che doveva essere garantista, e che giornalisti e magistrati invece giudicavano distruttivo per la cronaca giudiziaria: il procuratore generale della Cassazione, nel 1992, definì le nuove norme sul segreto istruttorio come «ipergarantiste», e uno dei relatori del Nuovo Codice, il professor Giandomenico Pisapia, spiegò che ogni atto, durante le indagini preliminari, doveva restare segreto, e mise nero su bianco le stesse architravi giuridiche ora contenute nel decreto che il ministro Mastella sta cercando di far approvare al Senato: «È vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, degli atti di indagine contenuti nel fascicolo del pm o delle investigazioni difensive fino alla conclusione delle indagini preliminari».
Nondimeno vietata è «la pubblicazione degli atti relativi a conversazioni anche telefoniche». Questo dice il decreto Mastella: ma questo, come ogni serio giurista non potrà che confermarvi, già diceva a chiare lettere il nostro Codice Penale: e chi ne ha stravolto il significato, da Mani pulite in poi? I politici o i magistrati? Gli avvocati o i magistrati? Gli esterofili, adusi a cercare sempre altrove il «Paese normale», sulle intercettazioni usano glissare. Non citano gli Stati Uniti. Non spiegano che in Europa le direttive comunitarie parlano chiaro: non è che le cartacce e le intercettazioni prive di rilevanza penale vanno depositate e poi distrutte: vanno direttamente distrutte dal magistrato, e se ne scappa qualcuna la responsabilità è sua.
Il solito Marco Travaglio, ieri, ha spiegato che negli Stati Uniti ogni atto è pubblico e basta perciò che sia depositato: certo, senz'altro, il punto è che ogni atto negli Usa viene depositato solo a processo aperto, mentre nel corso delle indagini preliminari non esce una-riga-una. E così altrove. Altro che giornalisti che bussano alla porta del pubblico ministero, che hanno il suo numero di cellulare, che vanno alle presentazioni dei libri del cronista, magari si fanno pure una pizza assieme a lui. La colpa è dei politici, come no. Il padre dell'attuale norma, quella che attua l'articolo 68 della Costituzione e che riguarda anche la questione delle intercettazioni, è il verde Franco Boato; e proprio Boato, eri su Repubblica, ha raccontato che quando la sua legge fu votata la più strenua resistenza venne giusto da sinistra, e che gli attacchi fioccarono soprattutto dall’Unità. Ma tu guarda: la norma era giudicata eccessiva.
Ora, viceversa, la sinistra pensa che sia debole. Il Presidente della Repubblica, nei giorni scorsi, ha scritto una lettera ai presidenti di Camera e Senato: chiede che l'iter della nuova legge sia il più rapido possibile. Ma deve permettere, il Capo dello Stato, un modesto consiglio: scriva, nel contempo, anche a tutti i magistrati italiani; scriva, magari, anche al capo del Csm che poi sarebbe lui; scriva, di passaggio, anche alle sezioni unite della Cassazione: cosicché della nuova legge, una volta approvata, rimanga perlomeno qualche brandello dopo che lorsignori togati avranno provveduto cordialmente a spolparlo, pardon a interpretarlo.
Filippo Facci