Croce, nel circolo eterno dello spirito non c’è spazio per la natura

In «Filosofia e storiografia», suo penultimo libro, «don» Benedetto, ritocca i punti caratteristici della propria dottrina. E ci lascia il testamento di un pensatore

Filosofia e storiografia (a cura di Stefano Maschietti, pagg. 424, euro 35) è il diciottesimo, splendido volume Bibliopolis dell’edizione nazionale delle opere di Benedetto Croce. Apparso nel 1949, tre anni prima della morte dell’Autore, è il suo penultimo libro e acquista dunque, con quello che lo seguirà, Indagini su Hegel e schiarimenti filosofici, valore di testamento. In esso Croce tocca e ritocca praticamente tutti i punti della sua dottrina, senza trascurare quelli trattati più anticamente, come il marxismo, in cui ha ancora modo di riconoscere a Marx e «al suo fedele e degno amico» Engels «l’entusiasmo e l’ardore del credente, la incrollabile perduranza dell’apostolo, che gli fecero consacrare l’intera vita, durissima per povertà e affanni, allo sforzo di tradurre in atto quel sogno». Egli non ce l’ha con lui, dice, benché sia costretto a rifiutarne le teorie, ma solo con gli intellettuali e professori «che per lunghi anni non si erano accorti del marxismo e ora si sono dati a smaniare per esso e a celebrarlo e a inculcarlo e a somministrarlo nelle loro false scritture».
La materia del volume è distribuita in otto sezioni, senza alcuna distinzione esterna. Ma il libro si può considerare composto di due parti, la prima dedicata ai grande temi e la seconda a temi e occasioni estemporanei, nello stile delle “pagine sparse”. Questa seconda metà, che si potrebbe chiamare minore, è quella in cui rifulge di più - perché consente più libertà - l’umanità, la ricchezza, la profondità e la sottigliezza del magistero crociano, le cui teorie sono discutibili, ma il cui moralismo è indefettibile e va a unirsi a quello dei Machiavelli, Guicciardini e Leopardi. Ma gli argomenti principali rimangono naturalmente quelli indicati già dal titolo. E qui sono da notare soprattutto due cose.
Anzitutto che il titolo del primo saggio, Il primato del fare, dà anche la caratteristica principale della filosofia crociana, come del resto di ogni filosofia idealistica. Essa è, come già negli idealisti tedeschi, «filosofia dello spirito». Non della natura. Perché? Perché la natura, come realtà esterna, per Croce non esiste, esiste solo come concetto esterno che l’uomo si forma del reale, che essendo spirito non è né esterno né interno. Come funziona lo spirito? Passando dall’una all’altra delle sue forme in un circolo eterno. Le forme o categorie sono il bello, il vero, il bene e l’utile. Nel passare dall’una all’altra, lo spirito abbassa sempre la precedente a materia della nuova. Sono i famosi e famigerati «distinti», che furono molto attaccati come la teoria delle quattro parole. Ma l’attacco era mal indirizzato. Perché nella filosofia dello spirito, ossia dell’attività, dette forme funzionano. Quella che non funziona è la filosofia dello spirito stessa. Che funzionerà per Dio, ma non (se non in parte) per noi miseri mortali. Per i quali la natura, qualunque cosa sia nei cieli della distinzione, è una realtà pesantissima, incombente e prepotente se non onnipotente.
E una filosofia che non la include in sé come la cosa principale, dato che da essa deriva e dipende tutto il resto, l’uomo stesso e tutto l’umano, si condanna all’illusione e all’ottimismo.
Per questo Croce vedeva come il fumo negli occhi Schopenhauer che, fierissimo nemico di Hegel, faceva valere la natura con tutto il suo peso. L’ultimo ritrovato di Croce per ovviare a quella che evidentemente sentiva come una mancanza, fu appunto la quarta categoria, la vitalità. Ma non funziona proprio perché, come egli spiega e insiste in questi saggi, essa rimane una forma o categoria dello spirito, ossia dell’attività. E dunque trascura a sua volta la «grande passività» della natura che riempie le nostre vite. Ma il libro è da leggere, perché Croce, che svolse anche una funzione politica importantissima nel primo dopoguerra, rimane il nostro massimo pensatore del Novecento, oltre che il grande alfiere della cultura liberale europea.