La Croce rossa sbugiarda i ribelli Gonfiato il numero delle vittime

Cinquantamila fantasmi, ma solo un migliaio di morti accertati. Sono le due facce della guerra civile libica e dei suoi bilanci. Da una parte quelli diffusi dai ribelli basati su stime mai comprovate. Dall’altra quelli accertati da un Comitato della Croce Rossa Internazionale (Icrc) abituato a fare i conti esclusivamente con cadaveri in carne e ossa e con sparizioni comprovate da testimonianze dimostrate.
E così ecco servita la strabiliante doppia verità di una guerra in cui le armi della propaganda e della disinformazione giocano un ruolo sostanziale. Mentre le autorità del Consiglio di Transizione Nazionale continuano ad attribuire a Muammar Gheddafi e alle sue truppe l’uccisione di 50mila fra civili, oppositori e ribelli, le organizzazioni internazionali ridimensionano il tutto riducendo a qualche centinaio la cifra dei caduti e stimando in non più di un migliaio i dispersi. Dunque tra le nebbie della guerra libica vagano almeno 49mila fantasmi. Da dove sono saltati fuori, chi li ha evocati? La risposta sta ancora una volta nel vecchio adagio: «La prima vittima di ogni conflitto è la verità». Una verità calpestata non solo quando si tratta di redigere bilanci, ma anche quando si annunciano successi e imminenti vittorie. Lo dimostra l’umiliante batosta subita venerdì dalle forze ribelli a Ban Walid. Nonostante gli annunci d’imminente vittoria dei giorni scorsi e il non trascurabile appoggio fornito dalle forze speciali britanniche e dai bombardieri della Nato, i ribelli si sono ritrovati costretti a un’umiliante ritirata. I lealisti non sono da meno. Il redivivo portavoce di Muammar Gheddafi Moussa Ibrahim, dopo aver ricordato che il Colonnello è ancora in Libia, usa la stessa generosa esagerazione, per attribuire alle bombe della Nato il massacro di 2000 civili nella Sirte, 354 dei quali in un raid messo a segno giovedì notte.
Per capire come sia nato il bilancio leggenda di 50mila morti bisogna partire dalla questione fosse comuni. L’argomento è una «refrain» su cui la propaganda ribelle insiste sin dallo scorso febbraio. A febbraio imperavano quelle scavate, a detta di Al Jazeera e delle forze ribelli, per nascondere le centinaia di vittime falciate durante le prime proteste nella capitale. Oggi il Consiglio di Transizione Nazionale insiste nell’annunciare come ineluttabile la scoperta delle fosse comuni con i resti di decine di migliaia di prigionieri eliminati dai governativi prima di abbandonare Tripoli. La Croce Rossa conferma, fin qui, solo 13 rinvenimenti per un totale di 125 cadaveri. Di questi, gli unici capaci di evocare gli orrori di Srebrenica o Katyn, sono la fossa con 34 corpi trovata nella regione occidentale dei monti Nafusah e i 53 cadaveri rinvenuti in un hangar abbandonato nei pressi dell’aeroporto. In tutti gli altri casi parlare di sepoltura di massa è decisamente sviante. Secondo i dati dell’Icrc ciascuno degli altri 11 siti conteneva meno di dieci corpi e in alcuni casi uno o due soltanto. Eppure i ribelli non demordono. Il nuovo ministro della Sanità Naji Barakat, pur ridimensionando i 50mila morti denunciati fin qualche giorno fa dal Consiglio di Transizione, avvalora la stima di 25mila o 30mila vittime. Una cifra confermata dal suo sottoposto Mohammed Al Ghawzi, responsabile di un cosiddetto «Comitato dei morti» a cui spetta la ricerca e la catalogazione dei dispersi. Peccato però che anche il lavoro di quel comitato si basi su un’assunzione mai provata. Quando i ribelli aprirono le carceri della capitale trovarono solo 9mila prigionieri contro i 30mila stimati. Da allora è convinzione comune che i 21mila mancanti siano stati massacrati dalle truppe del regime. Nessuno però ha trovato un registro capace di confermare la cifra di 30mila detenuti. E nessuno ha mai contato i prigionieri usciti dalle celle o raccolto testimonianze sull’eliminazione dei prigionieri. Così tra le nebbie della guerra vagano 49mila fantasmi. Indispensabili per la leggenda, ma ingombranti e assai imbarazzanti per i bilanci ufficiali.