Crocerossa azzurra

La convocazione di Pablo Daniel Osvaldo, trasferitosi in estate dall’Espanyol alla Roma, ha riaperto il tormentone sugli oriundi con la complicità di qualche politico che ha trovato la chiave per finire sui media. Nel mondo dello sport non esiste contenzioso. Il ricorso agli oriundi, ovvero ad atleti nati fuori dal nostro Paese, ma con avi italiani e passaporto italiano, è prassi normale. All’estero il fenomeno è pure accentuato. In Germania il 50% dei nazionali di calcio, dalla Under 15 in su, è nella stessa situazione, ma nessuno osa dire nulla, anzi si guarda a questa scelta come a un modello vincente e democratico. Lo impone la globalizzazione che non si ferma né alla Padania né al Regno delle due Sicilie.
E poi, e poi. Osvaldo da professionista ha giocato solo per un anno e mezzo in Argentina (lui è di Buenos Aires), prima di trasferirsi in Italia dove ha vestito le maglie di Atalanta, Lecce, Fiorentina, Bologna e adesso Roma. In azzurro vanta già 12 presenze di cui 8 con la Under 21 e 4 con l’Olimpica, non è un novizio insomma. E stasera potrebbe debuttare nella rappresentativa che più conta. Di cosa parliamo, allora? L’attaccante è uno dei 52 oriundi che nella storia ultracentenaria del nostro calcio hanno avuto l’onore di far parte della nazionale maggiore (37) o di categoria (15). Di questo plotoncino solo in nove hanno giocato almeno 10 volte. Niente di eclatante, insomma. E tutti, meno Camoranesi, appartengono a un glorioso passato. La lista è guidata proprio dall’ex juventino con 46 presenze. Alle sue spalle Orsi (35) Andreolo (26), Monti (18), Libonatti (17) Demaria (13), Montuori (12) Cesarini (11) e Guaita (10). Per inciso tutti argentini meno l’uruguaiano Andreolo e il cileno Montuori che però aveva anche passaporto argentino. Nel rugby gli oriundi sono 47. E nell’hockey ghiaccio, limitandoci a giocatori di nascita canadese o statunitense, arrivano a 44.
Al di là della provenienza e dell’etichetta, Prandelli ha giocato la migliore carta a disposizione. Dall’ultima convocazione aveva dovuto lasciare fuori Gilardino perché infortunato al ginocchio e Matri perché panchinaro nella nuova Juventus di Conte. A lavori in corso è stato costretto a rimandare a casa gli acciaccati Balotelli e Pazzini. Poteva arruolare Borriello e Quagliarella. Ma la punta giallorossa non è titolare con Enrique, che anzi lo voleva vendere, e lo juventino non trova spazio in prima squadra dopo il grave infortunio. All’appello manca Di Natale. Il goleador dell’Udinese segna a mitraglia, ma dopodomani compie 34 anni e non rientra nel futuribile di Prandelli. Un discorso a parte merita il viola Cerci, l’unico esterno con il vizio del gol, ne ha realizzati 9 nelle ultime 10 partite di campionato. Con lui però il ct dovrebbe cambiare modulo passando dal 4-3-1-2 al 4-3-3 e così indebolendo quel centrocampo che invece rappresenta la forza della nuova Italia. Lo dimostra il possesso palla di Belgrado, pari al 62% contro il 38% degli avversari: un dato mostruoso, specie in trasferta. Di qui la scelta di Osvaldo che ha fiuto del gol, piedi fini e partecipa attivamente alla manovra. Sbaglia tuttavia chi pensa a lui come a una scelta obbligata e basta. In prospettiva l’italo-argentino potrebbe risultare utilissimo alla causa facendo coppia con Rossi da seconda punta o con Balotelli da attaccante centrale.
In serata Prandelli, per via del problema al ginocchio di Rossi, utilizzerà tutte e tre le punte a disposizione: Cassano, Giovinco e appunto Osvaldo. Questo passa il convento. E buon per l’Italia che il gioiello del Parma, da quando è utilizzato stabilmente da Colomba come seconda punta, vada in gol con puntualità e guidi la classifica dei cannonieri con 5 reti. Ma non è una prima scelta. E Cassano, con il ritorno di Ibrahimovic, Pato e Ronaldinho, rischia di fare panchina nel Milan. A Osvaldo, in conclusione, la griffe azzurra sta benissimo.