Via le croci dal cimitero: «Danneggiano l’ambiente»

di Massimiliano Lussana

L’ultima frontiera del politicamente corretto è il passaggio dal camposanto al campo tout court. Ma la faccenda è un po’ più complessa di un giochino da Settimana enigmistica, rubrica cambio di suffisso.
L’ultima frontiera del politicamente corretto è il divieto di mettere le croci sulle lapidi delle tombe dei morti, messa nero su bianco da una delibera comunale del comune di Lugo di Romagna.
E nemmeno per un malinteso «rispetto per le altre religioni», in nome del quale si è giustificato negli ultimi anni di tutto e di più. La ratio della scelta, stavolta, è il rispetto del verde e della qualità ambientale del cimitero. Cito fior da fiore (e mai espressione fu più adatta a questa concezione bucolica del ricordo dei morti): «La funzione del verde dovrà nel tempo prevalere sull’edificato. L’effetto immediato basato sul solo costruito è destinato a lasciare il passo allo scenario dove, le alberature, le zone a prato e le aiuole assumono un ruolo ambientale ed estetico predominante».
Ecco, «predominante». Si legge proprio così sul comunicato del Comune, in cui peraltro si cerca di minimizzare il divieto, spiegando che non è poi così cogente. Anche se, nell’allegato alla delibera comunale numero 102 del 6 maggio, si legge che hanno deciso che, sulle tombe, non devono esserci né croci, né mezzelune islamiche, né stelle di Davide. Niente di niente. Nemmeno - per gli atei impenitenti, che da queste parti proliferano e firmano capolavori dell’onomastica pur di non dare ai loro figli nomi di santi e beati - l’indicazione «Marito e padre esemplare».
Tutto bandito. Punto uno: «Sulla lapide saranno ammessi solamente i seguenti elementi: - dati anagrafici; - fotografia». E ancora: «Le scritte ammesse sulla lapide sono due: - nome e cognome; - data di nascita e di morte». Con tanto di indicazione del carattere di stampa «il più possibile simile» ad «Arial» o «Futura».
Succede a Lugo, provincia di Ravenna, Romagna profonda. Dove, recentemente, Riccardo Muti ha portato la sua orchestra a fare le prove, aprendo il teatro al pubblico, in una straordinaria esperienza culturale e umana. Il Requiem, ad esempio, dev’essere stato straordinario. Anche se, a occhio e croce, il suo senso profondo non è rimasto particolarmente impresso nelle orecchie dei pur illuminati amministratori.
Perché qui siamo alla codificazione della morte. Al «ruolo ambientale ed estetico predominante» che probabilmente è ispirato da ottime intenzioni e da pensieri profondi. Ma che, alla fine, lascia un senso di vuoto. Come se la preghiera, la morte e soprattutto ciò che viene dopo la morte, fossero una questione burocratica. Un qualcosa da regolamentare come il decalogo del verde pubblico.
Rispetto a tutte le altre volte in cui qualcuno ha fatto sparire o ha lottato per fare sparire la croce - dalle scuole ai tribunali - stavolta, è più grave. Perché, almeno per chi ha la fede, qualsiasi fede, almeno per chi crede nell’aldilà, la croce è tutto. È il significato di tutto.
Altrimenti, un cimitero diventa un giardino pubblico. Magari bellissimo. Ma pur sempre un giardino.
Massimiliano Lussana