La crociata dei prodiani anti Prodi

Ci sono tre crociati lanciati all’assalto della fortezza del prodismo. Una trinità che ha molto in comune: non si iscrive nel campo del berluscones, anzi. Fino all’arrivo di Prodi al governo ne erano discreti supporter. Ed hanno un tratto professorale, da tecnici, e conseguenti ambizioni di rigore etico-politico. La trinità è composta da Tito Boeri, Nicola Rossi e Luca Ricolfi. Repubblica, Corriere della Sera e Stampa (i tre giornali dove la trinità talvolta compare) diventano tribune da crociata. Ieri sulla Stampa, ma non si tratta di un vezzo di originalità, Ricolfi tra l’altro ha scritto: «Se non intervengono grosse novità il centrosinistra ha davanti a sé solo due strade: perdere le elezioni perché si ripresenta con la sinistra estrema, e perderle perché non si ripresenta con la sinistra estrema». Rossi, sempre ieri sul Corsera, è riuscito a mettere nell’angolo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta, facendogli ammettere che la controriforma previdenziale non può de facto garantire una pensione dignitosa a precari e parasubordinati. Tito Boeri, sempre sulle pensioni, ha scritto: «L’accordo è stato salutato come una vittoria della concertazione. Ma dopo sette mesi di trattativa da carbonari senza alcun coinvolgimento dell'opinione pubblica, giungiamo a un patto che impegna tutti, soprattutto i più giovani, ma che è stato concordato solo da Cgil, Cisl e Uil. Legittimo chiedersi: chi rappresentano Angeletti, Bonanni ed Epifani, firmatari dell'accordo? E, come può un Raffaele Bonanni spingersi fino a chiedere "ai politici di fare un passo indietro"? Il passo indietro lo dovrebbe fare il sindacato».
Ci sono almeno due elementi interessanti in questo genere di critiche.
Il primo riguarda l’incapacità che Prodi ha avuto nel tenere insieme la rete di consenso intellettuale al suo progetto governativo. Una pattuglia di «insiders» sta smontando pezzo per pezzo l’attività di governo, sta cercando dall’interno di far capire, attraverso tutte le occasioni a disposizione, come il governare per governare sia oggi un prezzo che una parte della sinistra liberal non è disposta a pagare. Il rischio che Prodi corre è che con la sua caduta si frantumi il prodismo. Un bene secondo molti. Non altrettanto, evidentemente, per il premier. Anche il primo Berlusconi, del 1994, ha corso il rischio di perdere l’impalpabile sostegno degli ideologi, dei cosiddetti professori. Ma molti di loro, Antonio Martino, Giuliano Urbani, il giro degli allievi di Antiseri, alla fine hanno retto le fondamenta del castello berlusconiano anche alla prova di due esecutivi, annacquati dalla pratica compromissoria delle alleanze. Per Prodi lo sgretolamento intellettuale è vasto, disastroso, senza appelli. E certificato, ogni giorno, dalla «trinità». Ma non solo, ovviamente.
Vi è un secondo elemento su cui riflettere. La critica di Boeri-Rossi e Ricolfi rende ancora più lampante la finzione politica dei riformisti al governo e nella maggioranza. Alcuni di loro, Daniele Capezzone, hanno di fatto mollato gli ormeggi. Altri, Emma Bonino, Tommaso Padoa-Schioppa e Pierluigi Bersani, rischiano di diventare un sostegno ad un progetto che è anni luce lontano financo da quanto loro stessi potessero pessimisticamente immaginare. Come fa la Bonino a riprendersi le sue deleghe e leggere le critiche della trinità? Come fa Padoa-Schioppa a prepararsi a firmare una Finanziaria con 20 miliardi di spese in più? Come fa Bersani a spiegarci la bontà delle liberalizzazioni, quando il suo governo contratta il sistema previdenziale solo con la corporazione sindacale? Sono tre quesiti, semplici semplici, che pongono i nostri Tre, non un foglio di opposizione.
Il venir meno del consenso intellettuale nei confronti di un esecutivo che ha fatto del politicamente corretto la sua bandiera appare come il più delizioso supplizio che un’opposizione liberale possa immaginare.
Nicola Porro