Croff: una mostra vivace Il festival di Roma? Noi non abbiamo paura

Il presidente: niente intoppi e un palmarès di tutto rispetto

Michele Anselmi

da Venezia

Il giorno dopo, qui al Lido, sono tutti più rilassati. Mentre decine di operai smontano la cittadella del festival, si prova una sottile ebbrezza nel varcare in bicicletta i metal detector spenti. Nel Palazzo, il direttore Müller e il presidente della Biennale Croff incontrano i giornalisti in partenza. Stavolta non si sono verificati ingorghi, intoppi, ritardi nelle proiezioni, e anche il palmarès, che laurea Leone d’oro Brokeback Mountain di Ang Lee (uscirà distribuito dalla Bim), è stato generalmente accolto con soddisfazione, inclusa la Coppa Volpi a Giovanna Mezzogiorno, migliore attrice per La bestia nel cuore.
Ma è chiaro che si comincia da lì, causa quel Leone speciale riesumato ad hoc per Isabelle Huppert: secondo i più malevoli un modo escogitato in extremis per garantire un riconoscimento all'Italia. Vero? Falso? «Mica sono il presidente della giuria. Chiedetelo a Dante Ferretti» si spazientisce per un attimo il direttore. «Io so che le giurie sono autonome e indipendenti, decidono secondo coscienza. Tra l’altro, mi sono ben guardato dal partecipare alle loro riunioni». Quindi... «Quindi non possiamo che plaudere al verdetto raggiunto. Il quale verdetto, mi sembra, esalti le componenti estetico-culturali di questa 62esima Mostra, che continuo a definire pluralistica».
In effetti, il palmarès rispecchia perfettamente gusti e «filosofia» di Müller. Ha vinto l’America che si incontra con l’Asia, il sessantottino Philippe Garrel torna a Parigi col suo Leone d’argento, l’eterodosso Abel Ferrara si redime con la sua Mary, RaiCinema è legittimamente contenta e George Clooney, il divo più amato dagli italiani, si conferma il vero trionfatore della kermesse.
Anche i dati spiccioli (8000 gli accreditati, 15mila le presenze giornaliere) inducono a un certo ottimismo. Un collega riapre la faccenda dei fischi alle proiezioni stampa. Cecchinaggio organizzato o libera espressione di dissenso? Sdrammatizza Croff: «Il problema non esiste. Mi dispiace che un film italiano (I giorni dell'abbandono di Faenza, ndr) abbia ricevuto dei fischi. Ma può capitare. Non parlerei di imboscate. E poi da parte di chi?». Semmai, aggiunge Müller, «siete voi giornalisti ad applicare l'applausometro a quelle proiezioni, siete voi i primi a giudicare i film in base alle reazioni dei vostri colleghi, ingigantendone la portata». Un po’ è vero.
Altra questione. C’è chi elogia l’allegra disponibilità mostrata da Clooney, tornato al Lido per ritirare, tutto sommato, un premio minore (l’Osella alla sceneggiatura per Good Night, and Good Luck). «Abbiamo costruito un rapporto franco e diretto con le star americane» scandisce il direttore. «E siccome sono persone intelligenti, capiscono. Fino a tempi recenti i grandi film hollywoodiani arrivavano al Lido tutti nel primo week-end e ripartivano il giorno dopo per il festival di Toronto. Non accade più». Qui magari Müller si esalta un po’. Poi, siccome gli piace polemizzare, si toglie qualche sassolino dalla scarpa: «Ho letto che sarei venduto al mainstream, che sarei il servo sciocco del cinema asiatico, che faccio shopping nei listini delle distribuzioni italiane. Tutte sciocchezze. Indicatemi, se siete in grado, i capolavori nascosti che non abbiamo preso».
Da qui a parlare del nascente Festival romano voluto dal sindaco Veltroni per l’ottobre 2006 il passo è breve. «Venezia porta in dote settant’anni di cinema, Roma porta in dote solo la speranza» sibila Croff. Poi ammorbidisce il concetto: «Convinti e confortati da ciò che oggi è la Mostra, qualsiasi nuova iniziativa non ci preoccupa. Dico solo: visto che lo fate comunque, evitiamo di insultarci a mezzo stampa, proviamo a definire gli ambiti. Il vero problema, per noi, è un altro: la Mostra non si difende con le querimonie, ma dotandola di un nuovo Palazzo del cinema». Pare facile: servono 100 milioni di euro. E a occhio non saranno i pur miliardari figli di Gheddafi a risolvere la questione.