Crolla un mito: la stampa inglese non è obiettiva

L’Italia è un Paese in cui di giornalisti e politici ci si fida poco. La politica è il regno della discrezionalità e del clientelismo, il giornalismo - soprattutto quello politico ed economico - è un potere debole, che del Principe è subordinato, se non servo. La Gran Bretagna, invece, da decenni rappresenta un modello di riferimento per un giornalismo obiettivo e autonomo rispetto ai condizionamenti politici: i quotidiani inglesi sono il modello della stampa che può essere anche partigiana ma risponde agli interessi dei lettori, la Bbc è invocata ogni volta che qualcuno prova a immaginare un servizio pubblico radiotelevisivo libero dal condizionamento oppressivo della politica nella scelta dei contenuti, degli uomini, della linea editoriale.
Ebbene, questo quadro che così nitidamente dipinge «due» modelli di giornalismo, alla prova dei fatti, oggi regge di meno. Anzi, come ha detto il sociologo Paolo Mancini, quello che ci aspetta è un futuro dove la spinta sempre più forte alla commercializzazione estenderà, anziché restringere, gli spazi per la partigianeria dei media. È questo il messaggio che proviene dal Centro di studi europei del St. Anthony’s College di Oxford, dove lo scorso 9 maggio uno dei maggiori politologi italiani, Gianfranco Pasquino, e John Lloyd, direttore di giornalismo del Reuters Institute, hanno chiamato a confrontarsi studiosi e giornalisti sul tema della fiducia nel rapporto tra media e politica: c’è fiducia tra politici e giornalisti, o tra giornalisti e attori economici? E, soprattutto, la gente si fida di quello che legge, sente o vede sui mezzi di informazione?
I dati presentati da Peter Kellner, sondaggista di Yougov, segnalano che negli ultimi anni gli indici di fiducia dei giornalisti inglesi (pur sempre molto alti se paragonati ai dati italiani) sono crollati: di venti punti per la Bbc, di ventidue per giornali autorevoli come il Times o il Guardian. Martin Kettle del Guardian ha ammesso che negli ultimi anni il giornalismo è diventato troppo combattivo e viene percepito come un pericolo dalla classe politica. L’ex ministro per l’Europa Denis McShane ha detto che talvolta i giornalisti si trasformano in «propagandisti con un portatile». Il sociologo Stephen Coleman ha rilevato che i media tradizionali hanno perso la funzione di distributori di informazione di qualità. Si salvano solo i grandi quotidiani economici, hanno notato sia l’ex ministro Domenico Siniscalco - oggi vice-chairman di Morgan&Stanley - e Andrew Hill del Financial Times, sia in sede di conclusione Paolo Mancini, che in proporzione vendono poco ma conservano intatto il loro potere di agenda.
Che il giornalismo britannico si stia italianizzando? Il direttore del Gr Rai Antonio Caprarica, da esperto dei danni che il parallelismo politico può fare ai media, ha ribaltato i concetti: un po’ di sfiducia reciproca fa bene ai giornalisti se vogliono far bene il loro mestiere. Lucia Annunziata ha puntato il dito contro l’espansione dei conflitti di interesse che non interessano, come vorrebbe la propaganda spicciola, solo Berlusconi, ma abbracciano i rapporti tra imprese, banche e la proprietà dei giornali: un esempio? I quattro principali quotidiani vengono diretti a rotazione sempre dalle stesse persone, ha ammesso l’Annunziata. Ritorna il problema storico dell’assenza, sul mercato italiano, degli editori «puri». E la certezza che il giornalismo italiano non si sta inglesizzando.