Crolla Schröder, Germania al voto anticipato

Il tempo, e soprattutto i risultati, diranno che tipo di fuga sia quella di Gerhard Schröder: se cioè le elezioni anticipate possano salvare un governo la cui popolarità è in calo costante da anni. Di certo fuga essa è, un gesto probabilmente obbligato dopo l’ultimo test, il (...)

(...) più importante in almeno due modi: perché la Renania del Nord-Vestfalia è il più popoloso fra i Laender della Repubblica Federale tedesca, e a causa del momento in cui questa contesa elettorale è stata combattuta. Il risultato in sé non costituisce una sorpresa se non per le sue dimensioni; ma non sempre questa è un’attenuante. È un’aggravante, piuttosto, quando una prova elettorale investe tanti cittadini e il suo esito è scontato. Non si tratta dunque di uno scatto di malumore dei tedeschi, del genere che si è verificato recentemente in diversi altri Paesi europei (compresa la Francia per tre anni consecutivi e la stessa Gran Bretagna, che ha visto Tony Blair cavarsela per il rotto della cuffia) ma, con ogni probabilità, piuttosto della conclusione di un ciclo. Che è entrato nella fase calante poco tempo dopo la prima vittoria elettorale di Schröder, quella vera dell’autunno 1998, che pure fu propiziata da un «incidente» che mise fuori combattimento Helmut Kohl: anche in quel caso contarono più gli scandali veri e presunti dei suoi meriti storici. Messo ko il Cancelliere della Riunificazione, si interruppe momentaneamente il flusso vitale del suo partito, la Cdu-Csu e il voto di protesta si diresse verso la Spd e i Verdi. Pressappoco come era accaduto in Francia nel 1981, il voto produsse un equivoco: che i tedeschi nel 1998 come i francesi anni prima avessero votato «a sinistra» e voluto un cambiamento di rotta. Che così non fosse divenne presto evidente: le ricette socialdemocratiche ed ecologiste accelerarono anziché frenare il declino dell’economia e già al primo appuntamento con gli elettori, quattro anni fa, Schröder si presentò praticamente sconfitto. I sondaggi non lasciavano dubbi: i democristiani avevano ritrovato la loro maggioranza. Intervenne un fattore del tutto estraneo ai problemi centrali della Germania: la guerra in Irak, impopolare fra i tedeschi come in quasi tutti gli altri Paesi europei. Il Cancelliere cavalcò l’onda del suo no a Bush e ribaltò tutte le previsioni scampandola con un margine di meno di 100mila voti in tutta la Germania.
Successo che il suo partito non è riuscito a ripetere mai nelle elezioni regionali e locali in tutto questo tempo. L’impopolarità di un presidente americano non garantisce, né in Germania né altrove, l’elezione di sindaci e «governatori» di Laender. E lo stillicidio delle sconfitte è ripreso all’immediato indomani della sorprendente vittoria di quel settembre 2002. Il motivo è semplice: le ricette che non avevano funzionato nel primo quadriennio non hanno dato risultati neppure nel secondo. Schröder ha avuto, è vero, un ripensamento: ma un po’ tardi. Egli si è deciso, infatti, ad annunciare una svolta vera nella conduzione dell’economia (dunque anche nella politica cosiddetta «sociale») solo quando è diventato manifesto il fallimento di tutte le «mezze misure». E le «nuove» idee sono, comprensibilmente, poco popolari soprattutto nella fase iniziale. Per questo conviene sperimentarle agli inizi della legislatura, in modo che si paghi prima il conto amaro e poi ci sia tempo per gustare qualche frutto. Ma è questa occasione che Schröder non ha potuto, o voluto cogliere. E adesso tutto sembra indicare che è davvero troppo tardi.

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